«Mio figlio si isola e non vuole più andare a scuola»

di Marco Vinicio Masoni 22 febbraio 2012

Si isola, sta in disparte, non partecipa, non ha interessi. Non ha o sembra non ne abbia? In Giappone si chiamano Hikikomori. Cosa ci vuole comunicare un figlio che si comporta così? Cosa possiamo fare e e soprattutto cosa non dobbiamo fare, noi genitori?

Marco Vinicio Masoni

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Foto Corbis Images

In Giappone li chiamano Hikikomori. Si potrebbe pensare che li abbiamo importati, ma non è così. Non si importa più nulla, queste cose si diffondono senza più direzione, come un gas portato a caso dal vento, grazie alla  pervasività dei media. Naturalmente questi ragazzi vengono "curati". Come? Provate a indovinare. Non occorre che diciate il nome dei farmaci, basta dire "farmaci" e la risposta è giusta, ma va bene anche la psicoterapia. Sì, perché la prima cosa che passa per la testa del pensiero comune, o di certa psichiatria e psicologia è che  siano "malati".

Non viene in mente a certi "esperti" che forse la loro è una critica dura, forte, non organizzata (quindi facilmente  accusabile), a qualcosa che non sopportano e non accettano. Se il nostro Hikikomori di via tal dei tali a Milano, fosse parte di una massa di centomila ragazzi che chiusi in casa  restano in contatto col computer e criticano apertamente la nostra scuola e la nostra società, si solleverebbe la voce di qualche saggio, di qualche parlamentare  per dire: questi giovani hanno ragione. Ma sono in pochi, ecco dove sbagliano.

Che fare allora?

La famiglia soffre. Vede anch'essa un figlio "disturbato". Ma la cosa più grave, perché mette in moto un nefasto circolo vizioso, è che il ragazzo stesso inizia a percepirsi "malato". Così, il prodotto finale  è formato da queste voci:
ragazzo: sto male, sono malato
famiglia: sta male, è malato
società/scuola: sta male, è malato, coinvolgiamo l'Asl (o altra sigla simile).

Come uscirne?

Non sono certo che se ne possa uscire, e sto bene attento a non proporre formule da utilizzare alla cieca. Ogni caso è diverso. Sono però certo che si possa almeno attenuare  il dolore di  ragazzo e famiglia. Come? Capendo cosa fa quel figlio, capendo che il suo è un fare (non un esser vittima di un morbo), anche se inesperto e disorganizzato, ed è un fare critico e forte.

Dicendogli/le che lo/la capiamo. In ogni famiglia in queste condizioni il modo andrà trovato, il linguaggio da utilizzare studiato, anche grazie all'aiuto di professionisti non dediti alla patologizzazione.  Volete una parola che riassuma tutto ciò che c'è da fare nei confronti di questi figli? Ve la passo, ma va declinata, aggiustata, adeguata, e capita: è la parola " rispetto ".

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