L'autonomia si conquista pedalando

di Carla Cavallini 

Cosa accade quando vedi che sta crescendo e che ha tutti i diritti di imparare a gestirsi senza di noi?

Carla Cavallini

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foto Corbis Images

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Ed ecco. Dopo 9 anni di accudimento totale, dalla notte al dì, dal latte materno agli anolini in brodo, dai primi passi incerti agli inseguimenti nelle corsie dei supermercati, improvvisamente mio figlio Mattia mi vuol diventare autonomo e mi chiede: "Ma', posso andare a scuola, da solo, in bici?".

Certo, durante l'estate ha già conquistato spazi sempre più ampi in solitaria, come cerchi concentrici intorno a un sasso gettato nell'acqua. Solo che il sasso sono io e sento che nel liquido della sua indipendenza potrei finire con l'annegarci. Una cosa è mandarlo al parchetto, da solo: senza perigliosi attraversamenti. Altra ancora è concedergli una tantum di andare a comprare qualcosa al supermercato, affidandogli un orologio per controllare l'orario, un'eco borsina, il numero di telefono della mamma "tatuato" sul dorso della mano.

Ma la scuola? In quarta elementare tutti in paese vengono accompagnati dalla mamma.
E la mamma resta lì finchè il portone della scuola non si apre. Finché non vede sparire all'interno dell'edificio lo zaino sotto il quale si trascina il proprio bambino. E io? Io dovrei lasciarlo andare solo? Per di più in bici? Guardarlo sparire in fondo la strada senza alcuna certezza sul resto? Che madre sarei? Arriverebbe sano e salvo? Entrerebbe davvero a scuola?  O lo investiranno? Lo rapiranno? E io, per tutta la vita, resterò vittima dei miei sensi di colpa senza poter addossare almeno parte della responsabilità all'altro, essendo io una mamma single?

Ma guardo i suoi occhi ancorati nei miei e vedo. Si si, vedo. Vedo l'asfalto che corre sotto le ruote. Sento il vento, tra gli alberi. Respiro la libertà, assaporo il senso di grandezza di lasciare la bici in mezzo alle altre. Vedo che sta crescendo e che ha tutti i diritti di imparare a gestirsi senza me. Di affrontare, un po' per volta, i suoi impegni in autonomia.

"Ok" (ho detto ok?) "Però la prima volta controllo tu sia abbastanza giudizioso, quindi ti seguirò in macchina". Così è andato. Sulle ali della sua libertà. Pedalando come un forsennato. Sorridendo, felice. Ed è persino arrivato. Sano e salvo. E lo ha fatto per altri due giorni. E al quarto. Al quarto deve aver pensato che la sua prima battaglia per l'autonomia l'aveva vinta. E che non fosse più necessario dimostrare altro, almeno per un po'.

Così la quarta mattina mi ha chiesto di accompagnarlo in macchina. "Sento che altrimenti mi stresso troppo".  Testuali parole. Ho riso. "Sei un pigro, dì la verità!" L'ho lasciato vicino la scuola ma il bacio, quello no. Quello non ho potuto darglielo. Pare faccia parte dell'autonomia di un bimbo di 9 anni. Di uno che, se vuole, a scuola può andarci in bici:
DA SOLO.

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