Fissare il vuoto,
trovarlo pieno

di Lorenzo & Luca 

Ho imparato a fidarmi di te. Cronistoria di una terapia a fumetti.
Puntata dieci. Il senso dello spazio, lucertole, suoni

Lorenzo & Luca

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Il mondo di Luca

Il mondo di Luca

Non ho ancora raccontato di quella cornice.

Un rettangolo di legno formato A4, dal primo giorno l'ho riposta nell'armadietto del centro, sicuro che prima o poi sarebbe tornata utile. Però, la cornice principale della vita di Luca è quella di ogni suo coetaneo: la scuola.

«Come va con i compagni?»

Lui si rabbuia.

«Voglio soltanto che siano simpatici, fiduciosi, che non mi parlino in modo aggressivo. Che mi capiscano, che si fidino di me. Vorrei fare un piccolo fumetto insieme. E che non mi prendano in giro, parole dietro le spalle, canticchiare dietro le spalle…»

Ogni frase nasconde un episodio capitato, una difficoltà, una speranza.
«Ti senti un po' diverso dai tuoi compagni?»
«Uguale, un po' uguale»
«La rabbia è come un boomerang, Luca. Ti torna sempre indietro».
Serena gli fa disegnare una 'storia sociale' col boomerang.

Mentre lei mi racconta queste cose rimbalzo con la memoria agli anni delle medie. Al povero Cristian B., ragazzino problematico che avevamo in classe. E mi prende il disagio. Ricordo come lo trattavamo, il sadismo, che nasce forse dall'impossibilità concettuale a capire la diversità. Per Cristian, venire a scuola doveva essere un supplemento d'inferno. Per la classe intorno, lui era una lucertola. Avete presente il meccanismo del preadolescente maschio quando vede i piccoli rettili sul muro? L'istinto alla cattura, alla tortura, nascondono però un'altra pulsione che, con doppio salto mortale, possiamo considerare virtuosa: la voglia di capire come un mistero è fatto dentro, letteralmente. Gli scherzi nei confronti di Cristian, quel volerlo fare arrabbiare, non erano atti disumani, ma umanissimi. Erano una perversa forma di attenzione, e di attrazione verso di lui.

Anche un ragazzo come Luca è un mistero per i suoi coetanei, e viceversa. Il ruolo degli insegnanti dovrebbe fungere da filtro. Qualche volta è capitato, la mamma di Luca mi racconta di professori che l'hanno preso a cuore, valorizzandone l'arte.

«Quando sono solo, senza prof di sostegno sto tranquillo, senza dire niente».

Ecco, il dialogo interrotto è il problema. Su questo lavoriamo.
Ci sono molte prese di posizione in Luca. L'ultima era l'abbandono del femminile. Serena mi dice che adesso è un filo più tranquillo, in settimana è tornato a fare Sheila, alla femminilità.

Infatti, lo vedo rilassato rispetto alla volta precedente. Dal contenitore a tubo tira fuori una delle sue stupefacenti tavole. Ecco Sheila. Vedo divise, è un poliziesco. Resto brasato, come al solito. Noto i balloons con i dialoghi, sempre con un'idea, un guizzo: a forma di auto, di camion, o di luna, sono parte integrante del disegno. La storia è come al solito poco decifrabile, i dialoghi surreali. Luca mi spiega che viene arrestato un ladro che poi si gonfia. Noto che i personaggi sono sempre stesi a strisce, in passerella, unidimensionali come papiri egizi, senza profondità. Voglio vedere come se la cava coi 'suoni'.

«Luca, come fa lo starnuto? Scrivilo».
In pochi minuti creiamo una tavolozza dei rumori (onomatopee) possibili, in cui dimostra di destreggiarsi abbastanza bene.
«Non si potrebbero chiamare onomatopiane?» mi chiede «così, per fare una cosa bizzarra».

Non è la prima volta che propone di storpiare il nome dell'argomento trattato. Piega sempre le cose verso di sé, per difendersene. Si vuole appropriare di tutto, anche della sonorità di una parola.
«No, Luca, non c'è solo il bizzarro, esiste anche la serietà» replico risoluto. «Un domani, magari qualcuno ti chiederà un'onomatopea».

Tutto il resto dell'incontro si baserà sul concetto di controcampo, una tecnica già usata, ma che fatica a fissare. Per lui, è il primo abbozzo di profondità, di ragionamento sulla spazialità. Gli spiego cosa significa disegnare i personaggi in primo e secondo piano. Lui fatica a fissare il senso. Gli traccio esempi, ma quando li realizza, dimostra di non aver colto.

Allora, vado ad aprire l'armadietto. Viene buona la famosa cornice vuota!
Gliela metto in mano e gli chiedo di alzarsi. Lui in piedi, io e Serena seduti al tavolo. Gli chiedo di guardare attraverso la cornice, usandola come obbiettivo immaginario, e di osservare la disposizione di noi due. Uno di nuca, l'altra di fronte. Poi lo mando dalla parte opposta e gli chiedo di fotografare mentalmente la nuova situazione, coi personaggi visti al contrario. Si siede, disegna. Ha capito. Dimostra memoria fotografica, appunto. Funziona l'esempio pratico, non il concetto a voce o il disegnino esplicativo.

Alla fine ribadisce che lui diventerà famoso coi suoi fumetti, non con altro. E io tengo duro.
«No, diventerai bravo anche a fare lavori che ti vengono commissionati. Non c'è solo quello che fai tu, nei modi tuoi. Ora puoi mettere il controcampo nei tuoi disegni, e diventeranno più ricchi!»

Non replica, tiene lo sguardo, buon segno. Esco rinfrancato.
Guardo il cielo. Da un paio d'anni ho saputo che Cristian B., ora è lassù. E sento che qualcosa gli devo, delle scuse postume.

Una specie di risarcimento.

(cronistoria di una terapia - ho imparato a fidarmi di te - 10 - continua)

>> LE PUNTATE PRECEDENTI
Ho imparato a fidarmi di te - 1

Io disegno per Sheila - 2

La paura ha lo stupore negli occhi - 3

I confini sono post-it - 4

Il cielo ha sbagliato momento - 5

Pirati a bordo - 6
Giù la maschera, a me gli occhi - 7
Ogni virgola ha un peso - 8

Quella pioggia di dolci foglie - 9

>> LA GALLERY
Il mondo di Luca


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