Spegni subito quella televisione!

di Martina Pennisi 

Ancora sulla questione televisione. Questa volta però l'opinione è di una figlia che nella vita si occupa proprio (anzi, anche) di tivvù. E che qualche piccolo trauma legato al piccolo schermo, forse, non l'ha ancora superato

Martina Pennisi

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foto Corbis

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Mi chiamo Martina e guardo, anzi guardavo - ma di questo ne parliamo dopo -, un sacco di televisione. Sono quella, nella sezione Star, delle pagelle tv: Grande Fratello, Isola dei famosi, Festival di Sanremo, Amici e chi più ne ha più ne metta. E la cosa divertente è che mi ricordo tutto delle passate edizioni, se l'argomento interessa ai commensali faccio sempre un figurone. L'altro giorno le commensali erano due amiche - mamme  (io sono in età - 29 anni - ma faccio ancora la figlia) di quelle dure e pure che io la tivvù non ce l'ho e mia figlia non sa neanche che forma abbia. Allora, ho sorriso e ho raccontato la mia storia. Poi, pancione e telecomando alla mano, fate voi.

Quando ero piccola in casa mia c'era un piccolo televisore in bianco e nero e mia mamma ci piazzava dalle parti opposte della stanza, schiene al muro. Tra me e le linee confuse della scatola un paio di metri e tanta fantasia il giorno dopo, quando a scuola si parlava del colore dei capelli del cartone animato del momento. Adesso so che li aveva blu (il nome non me lo ricordo).

Gli anni sono passati e il progresso ha portato in famiglia uno schermo di tutto rispetto, quelli piatti ancora non esistevano, e sono iniziati i giochi: "Facciamo che un weekend sì e uno no non si accende la televisione". Oppure: "Facciamo che puoi vederla soltanto per mezz'ora al giorno, ma divisa in due parti". E ancora: "Facciamo che - qui ero già più grandicella - puoi scegliere due sere a settimana". Questa è la più bella, ma è di mia zia: "La tv non si può guardare prima che il sole sia tramontato". Ora, nella mente di un bambino/a si generano sostanzialmente due pensieri: il primo è 'perché???' e il secondo è 'lo voglio lo voglio quanto lo voglio'.

Il risultato è che ogni volta che si trovano davanti uno schermo con una qualsivoglia tipo di sequenza di immagini, anche il telegiornale di Al Jazeera, spalancano la bocca che ci passa una colonia di moscerini. Sì, lo fa anche il vostro anche se ha appena finito di leggere Orgoglio e pregiudizio a dieci anni, ben lungi da me lamentarmi di questo aspetto (non sarei qui scrivente adesso), e della televisione non gliene potrebbe importare di meno.

Non è vero: ha una voglia pazzesca di spararsi una maratona di pacchi di Insinna. E qui si apre un'altra questione, quella dei programmi. C'erano i programmi sì, cartoni animati benfatti e film di una certa levatura, e quelli no. L'unica volta in cui ho tentato di vedere un minuto di Non è la Rai mia mamma si è scagliata sull'apparecchio facendo scudo con il proprio corpo.

C'è da dire, perché poi sicuramente legge questo pezzo e me lo ricorda, che si è sparata dieci serie su dieci di Beverly Hills per non abbandonarmi nella scoperta prematura del (finto) mondo adolescenziale (a stelle e strisce).

Il capitolo pubblicità è una cosa a parte: ancora oggi tolgo l'audio per paura di venire contaminata in qualche modo. E tutt'ora se mi trovo in casa dei genitori e sento aprire la porta la tivvù la spengo, non si sa mai che siamo nella seconda settimana del mese in cui il martedì a pranzo non si può guardare.

Di anni ne sono passati e dopo un po' di maratone-scorpacciate l'effetto desiderio spasmodico è passato. La televisione la accendo poco e niente (mancanza di tempo, arrivo di Internet, ecc) e quando lo faccio è solo per lavoro. E, cosa più importante, la mia testolina affascinata non si è mai lasciata prendere più di quel tanto. E forse sarebbe bastato anche un po' terrorismo di meno. Forse.

>>Guarda anche il parere dello psicologo: televisione sì, televisione no, ma soprattutto televisione come?

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