L'uomo che voleva il braccio bionico

di Lorenzo & Luca 

Ho imparato a fidarmi di te. Cronistoria di una terapia a fumetti.
Puntata undici. L'amore fa battere i cuori

Lorenzo & Luca

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Lorenzo Calza Elle©i per Il mondo di Luca

Lorenzo Calza Elle©i per Il mondo di Luca

«Tutto iniziò con il desiderarlo. È stato tanto desiderato. È stato un inizio stupendo».

La voce è come una lama che affonda tenera nello spazio tra noi. Chiusi in uno stanzone per la terapia fisica, appollaiati su buffe sedie da bambini.

«… L'hai visto nascere sano, perfetto. Poi hai visto una tragedia trasformartelo, e hai capito che oltre alla tragedia c'era la malattia».

Lo sguardo intenso, in qualche modo sorridente. La voce ferma, senza autocommiserazione. «… Aveva due anni e sei mesi. Ha cominciato a sedersi sul pavimento, non parlava più, non mangiava più. Lo aspettava davanti alla porta, girandosi i pollici ossessivo. Oppure vicino alla postazione del computer. La consideravo depressione: comprensibile, era morto il suo papà. Dopo sei mesi l'ho portato al Gaslini e mi hanno detto che era autistico».

Trascrivo a fatica, con ortografia incomprensibile. Ma sento che gli appunti non servono, tutto si incide altrove. «Partiamo da più lontano. Chi era, tuo marito?».
«Pensa, Marco fu uno dei primi trapiantati da Barnard, il famoso cardiologo. Nacque con una cardiopatia congenita gravissima: cinque malformazioni. Ha passato il primo tratto della sua vita a letto, menomato in tutto. Aveva quattordici anni, quando Barnard annunciò un suo viaggio a Roma.

Al giornale aveva dichiarato: visiterò tutti quelli che ne avranno bisogno. La famiglia di Marco decise di provare. Li riunirono in uno stanzone, soprattutto gente abbiente. Le mamme erano tutte impellicciate. Mia suocera non nutriva speranze. Barnard camminò in mezzo alla folla, con un collaboratore. Poi si chiuse in una stanza. Poco dopo uscì il collaboratore, andò verso mia suocera e indicò Marco, tra lo stupore generale. Barnard ha detto lui, lui ha bisogno di me. Marco era ormai di colorito blu. Barnard poi gli spiegò bene: io ti posso operare, lo faccio gratuitamente, ma tu devi venire in Sud Africa e ti devi pagare l'ospedale.

Il Secolo XIX organizzò una raccolta fondi in tutta Genova, per permettergli il viaggio e l'operazione. E Marco andò. L'intervento fu infinito, pieno di inconvenienti. Per quattro volte finì in coma, venne intubato. Si prese un paio di estreme unzioni. Un braccio gli andò in cancrena.

Qualche giorno dopo, la madre lo trovò in stanza che guardava i cartoni alla televisione, con un bollino giallo sulla fronte.
«Che significa, Marco?»
«Ah, niente, domani mi amputano il braccio».
Lei sbiancò.

Marco era così, scanzonato, leggero. Barnard glielo tagliò come un bronzo greco, con un'incisione perfetta, levigata. Dentro gli aveva messo mezzo cuore di facocero. Dal petto di Marco, infatti, si sentiva il doppio battito, incredibile. Fu uno dei primi, ti dicevo. Barnard considerò l'operazione un fallimento, ma in realtà permise a quel ragazzo di vivere ancora un lungo tratto. Diciotto anni…»

«Quando vi siete conosciuti, quindi, tuo marito era senza un braccio?».
«E io non me ne accorsi, pensa» lei sorride.
«Avevo quindici anni, ero già persa di lui, mia madre lo capì subito. Anche se per me voleva qualcosa di più 'normale'».
«Non te n'eri accorta, dicevi…»
«Sì, giocavamo a carte e io gli chiedo di tirare su l'altra mano. Lo vedo che si sbigottisce e mi dice 'scherzi?'. No, non scherzavo, era passata una settimana da quando l'avevo conosciuto e non ci avevo fatto caso che l'altra mano non c'era!» «Cosa ti aveva rapita?»

«Lui era un cuor contento, e io questo cercavo. Sempre allegro, sempre con la battuta pronta, la capacità di scherzare, di autoironia. Non c'è mai stato alcuno screzio tra noi, o insulto, o aggressione. Mi diceva 'troviamoci al bar a bere un caffè, discutiamone, dài'».

Sono coinvolto e intenerito. Lei aggiunge: «Ecco cosa mi piaceva di quest'uomo. Diceva: ogni giorno è un dono, perché dobbiamo stare qui a menarcela
«Se potessi raccontarlo in due parole.»
«Direi la voglia di vivere. Marco era questo»
«Cosa faceva di mestiere?»
«Il programmatore di computer, a quei tempi un lavoro ricercato. Era bravo, lo stimavano tutti. Marco sapeva allacciarsi le scarpe da solo. Sapeva fare nodi di tutti i tipi alla cravatta. Il suo capo se la faceva infilare da lui»

Poi lei mi guarda intensamente.
«Io lo so perché voleva fare il tecnico. Sognava che un giorno potessero inventare un braccio bionico. Quello sognava»
«Se faccio bene i conti, Luca l'avete avuto dopo sedici anni insieme»
«Voluto, con tutte le nostre forze, nonostante ci sconsigliassero. Marco lo adorava, lo portava sempre a giocare ai giardini. Come se volesse sperimentare con Luca tutto quello che lui non poté durante l'infanzia. La domenica mattina gli faceva fare il giro degli autolavaggi. L'acqua e le auto erano le passioni di Luca bambino»

Poi mi parla della fine, gli ultimi giorni di suo marito. Non lo riporto: è un momento troppo intimo e doloroso. Vi dico solo che anche nel commiato, quell'uomo ha mostrato un coraggio, una dignità e una voglia di combattere titanici. S'è tenuto tutto per sé, per non preoccupare. Ha voluto gustarsi fino all'ultimo istante la sua famiglia. L'ufficio. L'ultimo viaggio in autobus.

L'autista, accortosi che stava morendo un cristiano, è entrato al pronto soccorso con tutto il mezzo e i passeggeri, contravvenendo alle regole aziendali. Ha rischiato il licenziamento. Anche in quell'occasione, Genova ha saputo incazzarsi collettivamente e impedire uno scempio.

S'è fatto tardi. Questa donna fortissima che mi sta davanti si alza e io le dico: «Considero un privilegio questo tuo racconto».

Poi, mi sono resto conto che non sono tornato a casa in moto, ma è la moto che è tornata a casa in me. Ero pieno di benzina, ma scarico di batterie, esausto.

Voi mi chiederete: questa è la storia di Luca, che c'entra Lorena? Lorena è il nome della mamma di Luca, Marco era il suo papà. Chi non ha capito l'intenzione, di facocero ha l'intero cuore!

(cronistoria di una terapia - ho imparato a fidarmi di te - 10 - continua)

>> LE PUNTATE PRECEDENTI
Ho imparato a fidarmi di te - 1

Io disegno per Sheila - 2

La paura ha lo stupore negli occhi - 3

I confini sono post-it - 4

Il cielo ha sbagliato momento - 5

Pirati a bordo - 6
Giù la maschera, a me gli occhi - 7
Ogni virgola ha un peso - 8

Quella pioggia di dolci foglie - 9
Fissare il vuoto, trovarlo pieno - 10

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