Il pozzo ti guarda

di Lorenzo & Luca 

Ho imparato a fidarmi di te. Cronistoria di una terapia a fumetti.
Puntata dodici. Luca si butta. Perché sa che lo prendi

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@Il mondo di Luca

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La sala d'aspetto del centro stringe il cuore? All'inizio, sì. Col passare del tempo, l'allarga. Vedi questi genitori spossati, ma con una speranza negli occhi. E scopri che la realtà dell'autismo è un fiume invisibile che scorre sotto i nostri piedi, ce ne accorgiamo solo quando sgorga da qualche parte, nei film, nel sentito dire, nelle classi dei nostri figli. È raro attingere direttamente da un pozzo.

Impressionante vedere come sono diversi questi ragazzi, ognuno fa storia a sé. Quanta fatica e sofferenza che si deposita in tanti angoli della nostra società.

È appena passato il Natale. Mentre cammino nei vicoli con la famiglia mi arriva un messaggio di Serena. «Se passi in via Cesarea ci sono Luca e i ragazzi che fanno il mercatino davanti al Teatro della Gioventù!».

Purtroppo non ce la faccio, è tardi, sono dall'altra parte della città. Ma il tarlo mi rimane, come se avvertissi nell'aria una sensazione negativa. Infatti, scoprirò poi che non è stata una bella giornata. Luca è andato a vendere le cassette dei suoi film horror. Un gesto importante, il segno che vuole davvero voltar pagina, che la battaglia contro una delle sue ossessioni ci vede definitivamente vincitori.

Ma, come ho già raccontato, le decisioni di Luca sono spesso dei post-it comportamentali che si fa appiccicare addosso come memo di un percorso. Vinta la battaglia contro l'horror, resta la guerra contro la rabbia.

Serena mi racconta di una furibonda lite scoppiata dietro il banco del mercatino, fra Luca e una compagna. Per futili motivi, non li ricordo. Ma il segnale di qualcosa di latente.

Quando ci rivediamo, nei primi giorni di quest'anno, vengo a sapere di un fortissimo attacco epilettico che ha colpito Luca durante le feste.

«Forte, forte, forte…» mi scandisce la madre nella sala d'aspetto. «Almeno ha dormito tanto».

Ne parliamo un po', mentre Luca, sulla poltrona sfoglia un libro illustrato, con le cuffie alle orecchie. Seduto più in là c'è un papà che vedo spesso, col suo bambino di circa cinque anni. Un bimbo affettuoso, il cui pianto, quando parte, è un lamento che davvero stringe il cuore. Noto che il piccolo si aggira curioso intorno alla poltrona di Luca. Poi si china e con la coda dell'occhio vedo l'altro scattare.

«No, fermo!» grida. «Scemo!» e recupera con uno strattone la borsa di scuola appoggiata a terra. Il bambino si ritrae spaventato tra le braccia del padre.
Per la prima volta ho visto all'opera la rabbia.

«È piccolo, Luca, è solo un bambino. Chiedigli scusa.»

Mamma Lorena cerca di redarguire Luca, che si giustifica: «Voleva prendermi la spilla, mi ha toccato la spilla!…». Si riferisce a una patacca attaccata allo zaino.

Il piccolo si lamenta, il padre non ha aperto bocca, comprensivo. Io sono raggelato e arrabbiato. Chiedo a Luca di seguirmi, con voce neutra. Entriamo nella stanza, ci sediamo. Il mio sguardo è duro. Non perdo tempo. Di getto, compulsivamente butto giù una storia sociale. La più veloce che sia mai stata scritta, la più ravvicinata a un episodio "caldo". Ci metto dentro quel che ormai sappiamo: le vignette, la sequenza. Una panoramica, sei vignette in tutto. Voglio tornare subito sul fatto. Voglio che lo disegni, che lo ripercorra planandoci sopra.

«Forza, Luca.»
«Mi aveva toccato la spilla!»
«Qui vorrei che facessi quello che non hai fatto di là»
«Cosa?»
«Chiedere scusa»

Un po' scocciato, disegna le vignette a suo modo, le figure a suo modo. Aggiunge un ciuccio, come a voler sottolineare l'infantilismo del pianto del bimbo; poi aggiunge note musicali, come a dire che litania; poi chiede scusa, in una chiosa "volemose bene" con la parola Fine bella bombata, evidente, ironica.

E tutti a piangere: il bambino, e anche lui, per la contrizione. Non me la fai, Luca, ormai conosco questo tuo aspetto. Hai disegnato per tacitarmi, a mio beneficio. Il post-it comportamentale è flebile, mal attaccato. Ma l'importante è che tu mi abbia seguito. Che in qualche modo tu sia arrivato a quelle scuse.

Diciamo che abbiamo ribadito entrambi le nostre posizioni. So che questo suo nervosismo è lo strascico della crisi epilettica di Natale. I miei occhi lo cercano. Lui, a un certo punto spara fuori una frase importante.

«Ho imparato a fidarmi di te».

Scruto bene, stavolta è sincero, serio. E io, per l'ennesima volta, spiazzato. Ma non lo do a vedere. Lui continua: «Mi hai fatto capire cosa voglio disegnare. Sheila, il personaggio super-famoso.».

Non mi aveva mai affidato un ruolo, mai espresso un giudizio originale sul nostro lavoro. Quello è uno stato d'animo, lo riconosco. Fidarsi, un concetto che fa riflettere e spaventa. Come se si gettasse nel vuoto, e tu devi prenderlo. E lui si getta, perché sa che lo prendi.

Appunto la frase sul diario clinico e poi ci salutiamo. Per l'ennesima volta ho un concetto e un fardello da portarmi a casa. Guardi dentro il pozzo. Lo trovi buio, un po' minaccioso. E poi, mentre stai per richiuderlo noti un bagliore. Laggiù, sul fondo, l'acqua chiara. Limpida.

Hai sete.

(cronistoria di una terapia - ho imparato a fidarmi di te - 12 - continua)

>> LE PUNTATE PRECEDENTI
Ho imparato a fidarmi di te - 1

Io disegno per Sheila - 2

La paura ha lo stupore negli occhi - 3

I confini sono post-it - 4

Il cielo ha sbagliato momento - 5

Pirati a bordo - 6
Giù la maschera, a me gli occhi - 7
Ogni virgola ha un peso - 8

Quella pioggia di dolci foglie - 9
Fissare il vuoto, trovarlo pieno - 10
L'uomo che voleva il braccio bionico - 11

>> LA GALLERY
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