Molto professionale, papà!

di Lorenzo Calza 

Reportage di una giornata trascorsa al Daddy camp: l'occasione per unire papà e figli all'insegna del divertimento. Perché sport, artigianato e musica possono essere gli strumenti per entrare nel cuore dei nostri figli. E sfatare finalmente il mito dei genitori assenti

Lorenzo Calza

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«… Io e mia moglie veniamo da famiglie di separati. Anch'io ero separato, senza figli. Ora ne ho tre…». Mentre parla gli scorazzano intorno. Federico Ghiglione, professione papà.

Lo incontro al "Daddy Camp" da lui organizzato in una suggestiva location sulle alture dell'entroterra genovese, sopra Torriglia. «Qui ci venivo in ferie. Col tempo, mi è balenata l'idea…»

Il quarantaseienne ligure inizia con un blog. Il titolo del primo post fu "Professione papà ", appunto. Quando si è reso conto che i suoi testi avevano un buon seguito s'è buttato anima e corpo nell'avventura e si è adoperato per passare dal virtuale al pratico. Ora "Professione papà" è un'associazione con tanto di logo, banchetto del merchandising e un'agenzia di comunicazione al seguito. Qualcuno avrà intercettato la faccia espressiva di Federico in televisione, in veste di consulente di trasmissioni sulla famiglia.

«Il mio vero lavoro ce lo tramandiamo di generazione in generazione, sono assicuratore…» dice con una punta d'insoddisfazione. Poi si guarda attorno, le attività del campo fervono e lui si illumina. «Mi sono laureato in pedagogia a trentotto anni, piuttosto tardi. Titolo della tesi: Le declinazioni dell'assenza paterna» spiega «i genitori assenti non sono solo quelli separati. Guardandomi intorno trovavo solo associazioni e siti internet su papà separati, la cosa mi stava stretta. Ho voluto sviscerare il luogo comune sul "padre assente". Ci sono genitori separati presentissimi nella vita dei figli, e coppie che stanno insieme senza dedicare la minima attenzione ai bambini. Anche un papà morto può essere presente, grazie ai racconti, alla testimonianza di chi gli voleva bene… Insomma, conta davvero la qualità del tempo che si passa coi figli. Ecco la filosofia del "Daddy Camp"».

Ci vuole carattere, però. Il suo trapela dallo sguardo carismatico. Quando arrivo con la mia famiglia, lo trovo arrampicato sul cassone di un vecchio furgone Volkswagen bianco e azzurro: sta illustrando al microfono il programma della giornata. Intorno, bella gente: bimbi, genitori. Il padre, la moglie e vari amici lo aiutano nell'organizzazione.

«Nella prima edizione siamo partiti in trentacinque, l'anno scorso eravamo cinquanta. Oggi saremo duecentocinquanta. L'ho calcolato dal numero dei pranzi prenotati…» un figlio lo richiede per la lezione di rugby. «Scusa, ora devo andare!».

Nel prato del centro sportivo le famiglie vengono divise in gruppi di vari colori. A rotazione, ogni colore seguirà un'attività per un'ora. A noi gialli tocca per prima la scherma. Vedere i miei pargoli agghindati con maschera e fioretto mi sgomenta. La giovane istruttrice si rivolge a una ragazzina del turno prima: «La parata a cerchio te la ricordi?… Fai un affondo, ora…»

Mi divincolo per curiosare e fotografare. In un altro punto del prato l'associazione genovese "Il sogno di Tommi" coordina un laboratorio di percussioni. Strano, l'ente si occupa di aiutare le famiglie disagiate nell'ospedalizzazione dei bimbi, e qui si va di ritmi e tamburi.
Genitori e bimbi, in cerchio, battono mani e piedi. L'insegnante, con la maglietta rossa dello STAFF, spiega come coordinare il corpo, gli emisferi cerebrali. Pensare parole felici, sventolare nastri colorati, ritmo e respirazione. Ovviamente, volo al vicino banchetto per capire in cosa consiste il sogno di Tommi.

Poco distante tre tizi in kimono mostrano a bimbi e genitori il saluto orientale. «Karate-do, significa l'arte della mano vuota». L'istruttore barbuto ha aria simpatica e paziente. Anche qui, vari giochi per stimolare riflessi ed equilibrio. «Provate a camminare come una lepre, come una rana, come un gambero…». Tra risate e prove di abilità si arriva al kata: le figure di un combattimento immaginario.

A pochi passi, le famiglie di colore blu si cimentano nella prova di rugby. L'istruttore è tarchiato con l'accento partenopeo. Ci sa fare: padri e figli scorazzano con la palla ovale.
Federico mi prende in disparte, ci tiene: «Lo sai che in Francia gli allenatori di rugby delle giovanili si chiamano "educatori"?» Gli chiedo conto di queste scelte sportive un po' anomale.
«I contatti arrivano dall'esperienza mia e dei miei amici. L'obiettivo è guardare i nostri figli alle prese con attività che non ti sogneresti mai di fargli fare. Chissà, magari tuo figlio può essere un karateka, o uno schermitore, o disinibito a gettarsi in mischia e tu non lo sapevi.»

«E i tuoi cosa ne pensano?» gli chiedo a bruciapelo.«L'associazione ti porterà via un mucchio di tempo.»
«Mi vedono appassionato» come il suo sguardo mentre lo dice. «Forse, l'importante è questo…»

Con la coda dell'occhio noto mia moglie e i bimbi seduti a terra con le mani imbrattate di vernice. Dandoci di pennello e secchiello stanno personalizzando cassette di legno. Dietro ce n'è una montagna ammonticchiata, ogni cassetta decorata e firmata da un bimbo del turno precedente. Questo segmento del Daddy Camp è curato da un restauratore di mobili genovese. L'artigianato richiede talento, inventiva, ma anche saggiare la materialità degli oggetti.

Per i più piccoli, un centro per l'infanzia noto in città ha steso a terra un lungo nastro di carta bianca che viene disegnato e colorato con altri pennelli e vernici. O con le mani. Noto che qui sono soprattutto le mamme a seguire i bebé nell'arte di sporcarsi creativamente.

Ci sono tavoli e panche, ma noi gialli preferiamo consumare il pranzo sull'erba. Ci tocca un vassoio da picnic, con lasagne al pesto indimenticabili. C'era anche altro, ma io ricorderò quelle. Come ricorderò per sempre gli occhi di mio figlio mentre ci passavamo la palla ovale, correndo. Conosco la sua insicurezza, il suo tenersi sempre a distanza dalle cose concitate, violente. Spero che la nobiltà del rugby, almeno per un giorno sia entrata anche dentro di lui.

A metà pomeriggio c'è la festa finale nel piazzale di cemento, con palco e tribunetta. Figli e genitori assistono all'esibizione dei maestri delle varie attività. Spento il microfono e smontato dal furgone biancazzurro, Federico ha l'aria stanca e soddisfatta.

«Com'è andata?» gli chiedo un bilancio.
«Paradossalmente, ho trascurato i miei figli, volevano stare di più con me. Sono il peggiore papà della giornata…»
Un po' scherza, un po' no.
«Spero che uno di loro sia rimasto colpito e scelga una di queste attività…»

Essere padri è compito arduo. Federico Ghiglione ha scelto di approfondire il concetto stesso della genitorialità, al di là della normale pratica quotidiana. Fa anche il consulente per i corsi preparto dell'ospedale Gaslini e il mediatore familiare, alla bisogna. Insomma, ci si è buttato d'impegno.

Baci, abbracci. Ci terremo in contatto, spero. Io forse resterò dilettante a vita, ma è sempre bene vedere all'opera veri papà professionisti!

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