Tra i tanti eventi che hanno animato la quattro giorni della 77°
edizione di Pitti Immagine Uomo spicca quello
firmato dall'archistar Ron Arad, che per il
marchio di jeanswear (ma non solo) Notify ha
ideato un progetto artistico teso a raccontare per immagini "la
proiezione moderna dello spirito sartoriale".
Che cosa ha creato per celebrare la partecipazione di Notify a
Pitti?
«Abbiamo dato vita a una doppia installazione: nel giardino
all'esterno della Limonaia, poco lontano dalla Fortezza da Basso,
abbiamo vestito di jeans dal fitting perfetto le gigantesche figure
umane della scultura di Sauro Cavallini Monumento alla
Pace. All'interno della Limonaia, invece, abbiamo proiettato
un film in alta definizione, lungo 30 metri e alto 3: tema del
video è la bellezza del processo produttivo artigianale dei capi
d'abbigliamento Notify. E' un'esperienza incredibile».
Il Monumento alla Pace è un'opera dal valore
simbolico importante. Ma la pace è ancora più un sogno che una
realtà: che cosa può fare ognuno di noi per rendere questo sogno un
po' più concreto?
«Ovviamente, noi tutti vorremmo la pace, ma non credo che la moda
abbia tra i suoi compiti quello di salvare il mondo. Sarebbe
stupendo se la gente potesse interessarsi a cose piacevoli
come la moda anziché doversi occupare di cose tragiche come
la guerra.
La scultura di Cavallini è un monumento che rappresenta i
sentimenti che tutti condividiamo, qualcosa che ci fa ricordare
quello che è successo nel mondo. Il mio lavoro non porterà la pace
nel mondo, non ha questa pretesa: per me questa scultura
rappresenta l'essere umano, mi interessava l'aspetto figurativo di
questo progetto. Volere dare al mio intervento altre connotazioni
sarebbe un po' tirare le cose per i capelli».
Architettura e design sono sempre più strettamente
connessi alla moda. Quali sono le frontiere future delle
collaborazioni tra queste forme di espressione?
«Moda e architettura presentano delle differenze sostanziali.
Quando progetti un palazzo, hai bene in mente il fatto che questo
potrà esistere per dei secoli. La moda, invece, per sua natura deve
cambiare ogni sei mesi: è questo che la tiene in vita, il continuo
processo di creazione e di consumo di cose nuove. Ma entrambe sono
forme di design: entrambe, fondamentalmente, danno vita a cose che
prima non esistevano. In teoria, perchè in realtà la moda - sempre
più - ricorre alla rivisitazione del passato, a un gusto rétro,
all'effetto nostalgia. Io, personalmente, invece, sono interessato
sempre e comunque al nuovo, mi piace dare vita a qualcosa che prima
non c'era, che si tratti di architettura, design o moda: sono
quelle che viaggiano su questa strada le forme di interazione tra
questi linguaggi espressivi che mi sembrano più intriganti».
Che valore e che significato ha il denim per
lei?
«Quando ho preso il volo che da Londra mi ha portato a Firenze ho
notato che l'80% delle persone indossavano jeans: il denim è
diventato la nuova pelle umana. La cosa stupefacente è come un
prodotto così vecchio, che sembra avere raggiunto la sua
perfezione, possa evolvere e cambiare in continuazione, rimanendo
sempre nuovo, grazie alle minuscole innovazioni che aziende come
Notify sanno conferirgli».
Lei indossa spesso i jeans?
«In tutta sincerità, prima no. Ora mi rendo conto - avendo avuto
l'opportunità di conoscerli meglio - di indossarli sempre di
più».
E a che cosa li abbina?
«Non mi piace fare shopping: apro il mio guardaroba e non capisco
come le cose ci siano finite dentro... Il mio modo di vestire è
abbastanza casuale, in un certo senso».
Cosa le viene in mente se le dico... lusso?
«Scelta».
Arte?
«Scelta».
Artigianato?
«Utile».
Moda?
«Per lo più business».
Felicità?
«Una necessità».