Ron Arad: «Il jeans: una seconda pelle»

18 gennaio 2010 
<p>Ron Arad: «Il jeans: una seconda pelle»</p>

Tra i tanti eventi che hanno animato la quattro giorni della 77° edizione di Pitti Immagine Uomo spicca quello firmato dall'archistar Ron Arad, che per il marchio di jeanswear (ma non solo) Notify ha ideato un progetto artistico teso a raccontare per immagini "la proiezione moderna dello spirito sartoriale".

Che cosa ha creato per celebrare la partecipazione di Notify a Pitti?

«Abbiamo dato vita a una doppia installazione: nel giardino all'esterno della Limonaia, poco lontano dalla Fortezza da Basso, abbiamo vestito di jeans dal fitting perfetto le gigantesche figure umane della scultura di Sauro Cavallini Monumento alla Pace. All'interno della Limonaia, invece, abbiamo proiettato un film in alta definizione, lungo 30 metri e alto 3: tema del video è la bellezza del processo produttivo artigianale dei capi d'abbigliamento Notify. E' un'esperienza incredibile».

Il Monumento alla Pace è un'opera dal valore simbolico importante. Ma la pace è ancora più un sogno che una realtà: che cosa può fare ognuno di noi per rendere questo sogno un po' più concreto?
«Ovviamente, noi tutti vorremmo la pace, ma non credo che la moda abbia tra i suoi compiti quello di salvare il mondo. Sarebbe stupendo se la gente potesse interessarsi a cose piacevoli come  la moda anziché doversi occupare di cose tragiche come la guerra.
La scultura di Cavallini è un monumento che rappresenta i sentimenti che tutti condividiamo, qualcosa che ci fa ricordare quello che è successo nel mondo. Il mio lavoro non porterà la pace nel mondo, non ha questa pretesa: per me questa scultura rappresenta l'essere umano, mi interessava l'aspetto figurativo di questo progetto. Volere dare al mio intervento altre connotazioni sarebbe un po' tirare le cose per i capelli».

Architettura e design sono sempre più strettamente connessi alla moda. Quali sono le frontiere future delle collaborazioni tra queste forme di espressione?
«Moda e architettura presentano delle differenze sostanziali. Quando progetti un palazzo, hai bene in mente il fatto che questo potrà esistere per dei secoli. La moda, invece, per sua natura deve cambiare ogni sei mesi: è questo che la tiene in vita, il continuo processo di creazione e di consumo di cose nuove. Ma entrambe sono forme di design: entrambe, fondamentalmente, danno vita a cose che prima non esistevano. In teoria, perchè in realtà la moda - sempre più - ricorre alla rivisitazione del passato, a un gusto rétro, all'effetto nostalgia. Io, personalmente, invece, sono interessato sempre e comunque al nuovo, mi piace dare vita a qualcosa che prima non c'era, che si tratti di architettura, design o moda: sono quelle che viaggiano su questa strada le forme di interazione tra questi linguaggi espressivi che mi sembrano più intriganti».

Che valore e che significato ha il denim per lei?
«Quando ho preso il volo che da Londra mi ha portato a Firenze ho notato che l'80% delle persone indossavano jeans: il denim è diventato la nuova pelle umana. La cosa stupefacente è come un prodotto così vecchio, che sembra avere raggiunto la sua perfezione, possa evolvere e cambiare in continuazione, rimanendo sempre nuovo, grazie alle minuscole innovazioni che aziende come Notify sanno conferirgli».

Lei indossa spesso i jeans?
«In tutta sincerità, prima no. Ora mi rendo conto - avendo avuto l'opportunità di conoscerli meglio - di indossarli sempre di più».

E a che cosa li abbina?
«Non mi piace fare shopping: apro il mio guardaroba e non capisco come le cose ci siano finite dentro... Il mio modo di vestire è abbastanza casuale, in un certo senso».

Cosa le viene in mente se le dico... lusso?
«Scelta».

Arte?
«Scelta».

Artigianato?
«Utile».

Moda?
«Per lo più business».

Felicità?
«Una necessità».

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