ITS: la moda (del futuro) nasce qui

17 luglio 2011 
<p>ITS: la moda (del futuro) nasce qui</p>

Bravo, bravissimo Shaun Samson (statunitense, neodiplomato alla Central Saint Martins di Londra) e bravo, bravissimo Kristian Guerra (dallo Iuav di Treviso).
Chi sono? Rispettivamente il vincitore assoluto della categoria abbigliamento e quello del Premio Speciale (ma anche i nostri, personalissimi, favoriti) della decima edizione di ITS - International Talent Support, il concorso internazionale, ideato e diretto da Barbara Franchin, che vede ogni anno, a Trieste, confrontarsi "l'un contro l'altro armato" i giovani creativi provenienti dalle migliori scuole di moda - e non solo - di tutto il mondo ( GUARDA LA GALLERY CON I PROGETTI DI TUTTI I FINALISTI >).

Sono stati premiati sabato sera, dalla mattatrice della serata di gala Victoria Cabello, assieme all'estone Oliver Ruuger per la categoria Accessori, a Sarah Vedel Hurtigkarl e Raluca Grada per quella Gioielli e a Nina Kupirova e Gerardo Vizmanos per la sezione fotografia: per loro un futuro che è facile prevedere pieno di soddisfazioni.
Perché ITS, va detto, è uno dei pochissimi concorsi - dei tanti che esistono - dai quali escono talenti già maturi e pronti ad addentare il fashion business con convinzione e successo. Grazie alla selezione serissima e rigorosa fatta a monte, arrivano a ITS davvero i migliori giovani creativi sulla scena.

Lo sottolinea Renzo Rosso, patron di Diesel, partner principale di ITS dalla nascita dell'evento: «quasi tutti i designers passati di qui sono oggi negli uffici stile dei brand più importanti. E' una soddisfazione grandissima. Sei di loro lavorano per noi».
Sono "stupidi" abbastanza, quindi (parafrasando il "be stupid" dieseliano che ha rivalutato l'incoscienza al rango di qualità)?

«Sì, ma ancora non abbastanza. Diamogli tempo di diventarlo completamente quando potranno mettersi davvero in gioco nel mondo del lavoro, fra pochissimo».
Tante soddisfazioni, dunque. Un rammarico?

«In Italia ci sono tante aziende come la mia. Mi piacerebbe che anche gli altri appoggiassero questo progetto dandogli ancora più forza. Al momento sono solo...».
Only the brave, no?

Tra i giurati di questa edizione anche Viktor & Rolf, designer della griffe da qualche anno controllata da Rosso.
«Sappaimo che un concorso può essere un momento imporante per l'avvio di una carriera. - raccontano - Venti anni fa abbiamo partecipato e vinto a Hyères. E' stato importante perché ci ha regalato fiducia in noi stessi e perché ci ha permesso di avere un pubblico attento al nostro lavoro».
Riconoscete in questi giovani qualcosa che anche voi avevate, all'inizio della vostra carriera?
«L'ambizione, il desiderio di esprimere tutto di se stessi... E anche quello di vincere».

La portata realmente internazionale di ITS è evidenziata da un altro dei giurati, Antonio Berardi, a sua volta tra i fashion designer di formazione e impostazione più internazionali. «E' finita l'epoca del provincialismo. Oggi è possibile avere un approccio internazionale al sistema della moda ovunque ti trovi, ovunque tu nasca e studi. Grazie soprattutto a internet. A tutti i livelli: pensiamo anche al fenomeno BrianBoy: viene da un piccolo paese delle Filippine e oggi è considerato un personaggio di primo piano del mondo della moda. Quanto ai finalisti di ITS, penso invece, ad esempio, all'italiano Kristian Guerra: il suo approccio è assolutamente internazionale, ha trovato una sua chiave stilistica giusta e già matura per questo momento».
A proposito di BrianBoy: credi nel potere dei blogger ( GUARDA LE TENDENZE PER IL PROSSIMO AUTUNNO SECONDO I BLOGGER PIU' FAMOSI DEL MONDO >) di promuovere la moda dei giovani designer?
«Ammetto di non essere molto interessato al fenomeno. Sarò impopolare, ma credo che troppa informazione non sia un bene. Mi piace usare la mia testa per capire cosa mi piace e cosa c'è di interessante nel mondo».
C'è qualcosa che proprio non ti piace del lavoro dei finalisti di ITS?
«Ho notato in alcuni un'artigianalità che rasenta un po' il provincialismo. Mi piace molto l'hand-made, ma quando è fatto bene. Quando non è perfetto diventa un po' troppo naif».

E' invece proprio questo aspetto ad avere colpito più favorevolmente Hilary Alexander, fashion director di The Daily Telegraph, penna temuta e stimata allo stesso tempo. Una vera autorità.
«Ho visto una dimestichezza molto interessante nell'uso dei materiali da parte dei ragazzi. Hanno usato tecniche originali, inusuali, personali: questo va assolutamente a loro merito».
Che osa devono imparare ancora, invece?
«Ad affrontare una delusione, ad esempio. In questo lavoro non si smette mai di imparare: anche Karl Lagerfeld impara qualcosa di nuovo ogni giorno. E poi devono sapere da subito che non è la fine del mondo se non hanno una griffe loro».
Questo è un concorso internazionale, e lei è una giornalista di fama internazionale. In quali paesi la creatività giovane ha più chance di trovare terreno fertile?
«In termini di educazione, il Regno Unito rimane il paese con le scuole migliori. Ma per chi vuole lanciare la propria griffe, forse New York è la città che offre più possibilità. Devo dire che in Italia, invece, non è affatto facile per un giovane nome potere emergere. I grandi nomi del made in Italy dominano la scena da 25 anni, e trovare uno spazio nel quale inserirsi, per un ventenne, è complicato. Un plauso va a Franca Sozzani, che ha inventato Who is on next, concorso dal quale escono nomi interessanti. Armani ha 70 anni, Cavalli anche... purtroppo nessuno vive in eterno, ed è importante pensare a un rinnovamento generazionale anche della moda in Italia».
Il lavoro di un giornalista non è facile: alle volte deve bastare un'occhiata per capire se un abito è bello. Nel suo caso cosa la spinge a dire "wow, questo vestito è bellissimo!"?
«E' molto difficile: è qualcosa che succede tra il cervello, gli occhi e il cuore. Mi capita quando incappo in qualcosa di nuovo, di mai visto, di inusuale. E' un'emozione, come quando ci si innamora di una persona. Solo che con i vestiti può accadere tutti i giorni!».

L'aspetto materico delle collezioni dei finalsiti è ciò che più ha colpito anche una "gran signora" della moda italiana: Laura Lusuardi, direttrice creativa di Max Mara, da sempre attentissima alla ricerca, ovunque nel mondo, di giovani talenti.
«La creatività che ho visto quest'anno non si è applicata tanto ai volumi e alle silhouette, quanto alla materia e alle lavorazioni. I ragazzi hanno lavorato con le mani, artigianalmente, rispolverando tecniche anche tradizionali ma interpretate in un modo contemporaneo».
Quale sono le caratteristiche vincenti che possono aprire le porte dell'ufficio stile di Max Mara, ad esempio, a uno di questi ragazzi?
«La duttilità, soprattutto. Bisogna essere creativi, ma bisogna anche sapere chi è il proprio consumatore, e sapersi adattare ad esso».
E' un vanto il fatto che un concorso del genere sia fatto in Italia?
«Sì, e anche che ci sia un finalista italiano molto bravo come Kristian Guerra. In Italia purtroppo la cratività giovane sta un po' soffrendo».

Da questo punto di vista è più ottimista Sara Maino, fashion editor di Vogue Italia e curatrice per vogue.it del canale Talents, interamente dedicato ai creativi più giovani. Ovvero: un'autentica esperta del settore.
«Nel mondo della creatività più giovane noto due fenomeni. Il primo è lo sviluppo della moda maschile. Il secondo è la ricerca di un approccio più "commerciale" anche in quelle scuole, come quelle inglesi (che rimangono le migliori del mondo), famose per avere partorito in passato studenti capaci di stupire e sbalordire con le loro prime collezioni. Tutti stanno capendo, oggi, che una collezione va pensata anche in termini di vendibilità, anche se è una collezione di diploma. In Italia ci sono molti ragazzi che lo hanno capito e che stanno facendo un ottimo lavoro da questo punto di vista: penso ad esempio ai CO|TE, arrivati in finale all'ultima edizione di Who is on next. Hanno una visione molto interessante e piena coscienza di quello che vogliono fare».
Vedremo mai un giovanissimo designer come questi di ITS sulla copertina di Vogue Italia?
«La copertina è sempre importante, ma ci sono anche altri canali per promuovere i giovani, e Vogue ne ha aperti tanti. Ma per rispondere alla tua domanda... mai dire mai!».

Mai dire mai: è questo il bello della moda.

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