La moda sporty che viene da Oriente

12 settembre 2011 
<p>La moda sporty che viene da Oriente</p>
PHOTO GORUNWAY.COM

Che nessuno se ne abbia a male. Però diciamocelo, una volta per tutte: quelli al di là dell'Oceano sono dei gran furboni. Nella migliore delle accezioni del termine.
La New York Fashion Week ha saputo, nel volgere di non molti anni, conquistare un ruolo centrale nel panorama della moda internazionale, trasformandosi in un evento - anche mediatico - gigantesco, in grado di muovere migliaia di giornalisti, di star e di (migliaia di) dollari. Roba da far paura a Milano e Parigi, che sentono il fiato della Big Apple sul collo.

Una settimana intera di sfilate (quando a noi, fino a qualche stagione fa, era stato chiesto di super-concentrare in due, tre giorni al massimo), un centinaio abbondante di passerelle, una miriade di presentazioni... Poi uno va a guardare la sostanza, quello che davvero dovrebbe interessare, ovvero gli abiti, le giacche e gli accessori, e deve arrendersi alla constatazione del fatto che la creatività, la fantasia e l'immaginazione non sempre sono di casa al Lincoln Center's Damrosch Park. Sulle catwalk c'è dell'ottimo prodotto, questo sì. Però sarebbe forse più giusto chiamarlo abbigliamento, anziché moda. Le parole - diceva Nanni Moretti - sono importanti!

Per parlare di moda dobbiamo rivolgere lo sguardo alle collezioni disegnate - strano caso che meriterebbe un qualche approfondimento - da quella "factory" di stilisti provenienti dall'estremo oriente, o comunque di origini orientali, le uniche (quasi) che in questi primissimi giorni di kermesse hanno saputo dire qualcoa di originale e fresco. Una vera e propria "lobby" di giovani talenti - adorati dalla stampa, ma anche dal mercato, compreso quello italiano che sta cominciando ad accorgersi di loro - che di un easywear chic dal tocco molto spesso sporty hanno fatto la loro bandiera.

Il capoclasse, amato da Anna Wintour, è certamente Alexander Wang. Tessuti tecnici traforati, zip, coulisse, tute da byker multicolor si abbinano a scarpe (bianche) con la punta ben aguzza. Stesse scarpe e stesso mood per Altuzarra, che alla formula aggiunge ruches, pelle nera e psichedeliche fantasie multicolor.

Credono invece in una donna modernamente etnica Thakoon e Richard Chai Love, che mixano tra di loro tessuti e fantasie: sulla passerella del primo l'India multicolor incontra il kitsch del Far West, su quella del secondo regna un'atmosfera più clean e minimal.
Voce solista in questo coro dell'est è quella di Derek Lam, che contempera le due tendenze - etno e sporty - in una collezione che sembra creata ad uso e consumo dello stile e del gusto del direttore di Vogue Usa.
Garantito dal Dna del marchio, invece, il coté atletico di Lacoste, alla sua prima sfilata sotto la direzione creativa di Felipe Oliveira Baptista: la donna del coccodrillino sa anche essere sexy, grazie a strategici oblò sui fianchi che rendono più spicy le minisalopette che, oggettivamente, fatichiamo ad immaginare in palestra.
Non può che essere un inno al buonumore e alla positività la collezione di Diane Von Furstenberg, gran dama della moda made in Usa. Il calendario la fa salire in passerella proprio nel giorno del decennale della strage dell'11 settembre: i suoi colori tenui, le sue maxi print floreali, le ampie gonne a ruota e gli svolazzanti caftani sono - nel loro piccolo - un segnale di ottimismo.

Azzecca ancora una volta la collezione giusta, infine, quel diavolaccio di Victoria Beckham: volumi clean, dettagli - come le bretelle degli abiti - tech, sete pesanti e preziose per bomber e bluse di evidente derivazione sportiva per una collezione forse più che bella, giusta.
Bella forza, direte voi. La neo mamma ha in guardaroba tutti i pezzi più belli degli stilisti, sarei capace anche io di copiare qualcosa qui e di imitare qualcosa là... Non ne sarei così sicuro: la signorina - o chi per essa - ha talento. O, per lo meno, fiuto.

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