New York gioca sul sicuro. Aspettando la zampata dei big

di Federico Rocca 

A metà della Fashion Week statunitense poche sorprese e molta attesa per i grandi della moda made in Usa che saliranno in passerella nei prossimi giorni

Federico Rocca

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Il backstage della sfilata di Derek Lam. Foto GoRunway

Il backstage della sfilata di Derek Lam. Foto GoRunway

New York comincia sempre un po' in sordina. E va bene. Ma il fatto è che questa stagione la Fashion Week newyorkese sembra stentare un po' (troppo) a mettersi in moto.

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Siamo al sesto, ormai, giorno della kermesse, e in tutta onestà dobbiamo ammettere di non avere ancora visto e applaudito sfilate che ci abbiano colpito per originalità e inventiva. E' pur vero che i grandi nomi del fashion system statunitense - a partire da Marc Jacobs e Proenza Schouler, per arrivare a Ralph Lauren e Calvin Klein - devono ancora affrontare la passerella, ma è anche vero che sarebbe logico e sensato aspettarsi le novità più intriganti e azzardate dai nomi per così dire emergenti del panorama americano. E invece...

Invece quella che emerge è una grande voglia di sicurezza, di stabilità, di percorrere strade conosciute e sicure. Paura della crisi? Può essere. Voglia di aggrapparsi ai beni rifugio, che nella moda si possono incarnare in un tubino nero, un cappotto di buona fattura, o maglie dai colori tradizionali e rassicuranti come il bordeaux, il verde bosco, il cammello o il blu notte. Non ci sarebbe nulla di male. Se non un po' di noia.

Da Derek Lam (in foto) a Thakoon, da Zac Posen ad Alexander Wang, i giovani talenti della moda statunitense sembrano svolgere i loro compiti in modo piuttosto accademico, ognuno fedele al proprio "stile" (la femme fatale d'altri tempi Posen, quella sportiva e urbana Wang, quella tremendamente bon ton e assolutamente statunitense Lam e Thakoon). Tuttalpiù concedendosi un "abuso" di pelle nera (o in colori shock), che però non è mai sexy da sconvolegere, o di stampe discrete, che non riescono però mai a stupire davvero.
Più che altro, in molti casi pare di intravvedere tra un capo e l'altro l'emergere di una qualche fonte di ispirazione un po' troppo palese. Non useremo la parola "copiare", ma è vero che Givenchy e Céline sono per molti, oggi, modelli di riferimento piuttosto sfacciati.

Qualche brivido arriva dai colori acidi mandati in passerella da una veterana come Diane von Furstenberg, che a fronte di pennellate verde mela, fragola e giallo lime, opta per silhouette semplicissime e passepartout.
Riuscite - ma molto low profile - anche le collezioni di Victoria Beckham (una delle migliori in passerella, sempre più sicura stagione dopo stagione. Il che è tutto dire) e DKNY, la seconda linea di Donna Karan: ma in nessuna delle due sfilate c'è il pezzo del desiderio, l'abito capace di segnare la stagione, o il trend capace di innescare la voglia di emulazione. Il must, per usare un termine abusato ma che rende.

Se dovessimo assegnare il premio alla migliore collezione di questa prima metà di Fashion Week, non avremmo dubbi a riconoscere a Joseph Altuzarra (QUI LA NOSTRA INTERVISTA PER CONOSCERLO MEGLIO >) una certa originalità e coerenza. Il giovane designer punta per il prossimo Autunno/inverno sull'etnico: medagliette metalliche a penzolare da colli e maniche, stampe multicolor, frange, maglieria che ricorda tappeti magrebini... Il tutto, però, mixato a un mood sfacciatamente sexy, fatto di spacchi profondissimi e di alte cinture in pelle, a strizzare la vita. Alla ricetta basta aggiungere un tocco militare, che il sapore del piatto del giovane designer risulta nuovo e appetitoso.

In attesa delle abbuffate di stile dei prossimi giorni, iniziamo così a stuzzicare l'appetito...

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