Milano, il giorno degli addii. E della classe

di Federico Rocca 26 febbraio 2012

L'ultima collezione disegnata da Raf Simons per Jil Sander conquista tutti. Ma non è l'unica della giornata a strappare l'applauso sincero

Federico Rocca

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Non che non lo fosse già prima. Ma l' annuncio della separazione tra la maison Jil Sander e il suo (fino ad oggi) direttore creativo Raf Simons ha fatto schizzare alle stelle l'attesa e la curiosità per quello che resterà il suo ultimo show per la griffe.
Tanta attesa e tanta curiosità non sono affatto andate deluse. Simons ha presentato una collezione per il prossimo Autunno/inverno 2012-13 davvero in stato di grazia. Il commiato dal "suo" pubblico è stato grandioso, tanto che c'è da chiedersi (la domanda ha un che di folle, ce ne rendiamo conto) se la "legittima" proprietaria del trono di direttore creativo della maison, la fondatrice Jil Sander (che tornerà alle redini stilistiche della "sua" griffe) sarà in grado di mantenere ad un livello così alto la classe stilistica delle collezioni della maison.
Classe: di questo si parla. Di un'eleganza glaciale e intoccabile, eppure sensuale. Persino sexy. Gli ampi cappotti chiusi al petto con un gesto borghesissimo della mano, nei toni del cammello, del confetto, del blu notte e del caramello. Sotto, non è dato a sapere cosa ci sia. Capite perché dico sexy? Gli abiti bustier con le ampie gonne a ruota, Fifties nei volumi ma modernissimi nei materiali. I tubini "composti" che osano il difficilissimo color carne. Le tute, elegantissime anch'esse pur trattandosi di tute. Gli abiti sottoveste dai riflessi metal. Le giacche a un bottone così classiche e così attuali.
Il pubblico saluta l'uscita dello stilista con una standing ovation (il nostro direttore c'era: leggi le sue impressioni a caldo sul blog). Avrebbe fatto una ola, se solo il popolo fashion potesse permetterselo. Simons ricambia con gli occhi lucidi e con le lacrime non trattenute. Come capita, ha regalato alla griffe collezioni più (molte) o meno (forse qualcuna) riuscite, ma non si è mai sottratto alla regola della sperimentazione al di fuori delle tendenze, segnando indiscutibilmente la storia della creatività degli ultimi anni. Ci mancherà. O forse no, se è vero - come si sussurra - che andrà presto alla direzione creativa di Christian Dior.

Si è aperta all'insegna della classe, la quarta giornata della settimana della moda di Milano, con un'altra collezione che ha conquistato con la superba freddezza del suo stile altero: quella di Bottega Veneta. Tomas Maier, direttore creativo della griffe, porta in pedana una donna austera, che incute anche un po' di timore. Intransigente, quasi, nei suoi cappotti neri e blu, o nei completi giacca-pantalone, resi ancora più snob da grandi, ma non vistose, spille appuntate sul petto. Stivali da cavallerizza neri, tronchetti a punta e lunghi guanti in pelle non fanno che conferire ancora più durezza all'immagine di questa donna. Che sembra però sciogliersi - mantenendo un contegno rigido e formale - quando sugli abiti esplodono fantasie multicolor, campiture di vitalissimo rosa e ricami scintillanti a segnare il punto vita. Le borse sono - che sorpresa! - una più bella dell'altra.

Classe da vendere anche sulla passerella di Antonio Marras, che dedica la sua collezione - come sempre "a tema" - alla chicchissima e forse troppo presto dimenticata Milly, la cantanta e attrice italiana nata Carla Mignone. La sua vita tumultuosa e la sua carriera - iniziata con il successo Stramilano - sono un pretesto per raccontare tramite abiti una donna dallo stile eccentrico, fantasioso ma equilibrato... un po' come era una volta Milano, vitale e piena di inventiva, così difficile da intravedere in controluce nell'apatia della metropoli grigia e sorda che è oggi. Patchwork di tessuti, colori e materiali sposati tra di loro con estro e garbo e una serie di capi mixabili e interscambiabili tra di loro senza fatica, per una collezione che piacerà - così come il designer che l'ha partorita -va  donne intelligenti e fuori dagli schemi.

Gran classe, infinie, sulla passerella di Emilio Pucci. Il direttore creativo Peter Dundas, per la verità, si è fatto conoscere più per la sfacciata carica sexy delle sue donne, che per il loro calibrato buongusto, così come viene tradizionalmente inteso. Questa volta, però, è come se frenasse i suoi "eccessi da red carpet" per sposare l'estetica (così di moda anche in politica, il primo ministro Monti lo sa bene) della sobrietà . La sua donna sembra quella degli anni Settanta di Yves Saint Laurent: veste molto spesso di nero (alla faccia dei "colori alla Pucci") e riesce ad essere sofisticata e sfrontata, cede alla gioia di uno spacco ma non si scopre mai troppo, fruga nel guardaroba maschile uscendone più femmina di prima. Ci piace questo smorzare i toni e gli accenti. In tempi di farfalle e farfalline, anche questo è un segnale.

 

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