L'opulenza ci salverà

di Federico Rocca 

Mai sulla passerella di Dolce&Gabbana si era vista tanta sfrontata ricchezza. Una sberla alla crisi? Che danno anche Salvatore Ferragamo e Aquilano.Rimondi. Minimalismo chic da Marni

Federico Rocca

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Bisognerà pur provare a sconfiggerla, questa crisi. Se il sistema moda pare in affanno - come tutti i settori, questo è vero - con fatturati non all'altezza delle aspettative, vuol dire, forse, che il "prodotto" degli stilisti non è così nuovo, unico, desiderabile e imprescindibile da stuzzicare la voglia dei consumatori. Questa è una realtà dietro la quale è meglio, per la salvezza di tutti, non nascondersi. Se la legge del desiderio non viene rispettata, c'è poco da sperare che, da solo, il fashion business si rimetta in moto come animato da una forza casuale piovuta dall'alto.

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Ci vogliono, insomma, capi che accendano la scintilla della brama di possesso nelle donne che - bene inteso - se li possono permettere. Di giacche blu, camicie bianche e anonimi abitini neri sono pieni gli armadi, quasi di chiunque. Perché desiderare l'ennesimo, quando - chi più chi meno - c'è tutti da stringere la cinghia?

Devono avere fatto lo stesso pensiero Dolce e Gabbana, che hanno portato in passerella una collezione, quella per'Autunno/inverno 2012-13, che definire ricca è ancora riduttivo. Sfacciatamente opulenta rende di più l'idea. Ma di un'opulenza che affonda le radici nella storia e nell'arte della cultura italiana, così da non turbarci troppo. E' il barocco (siciliano, guarda un po') la molla ispirativa per questa collezione romantica e singolarmente riuscita. Su un catalogo di modelli già ampiamente sperimentati dalla Maison (i volumi e i must - bustier compreso - sono un po' sempre quelli, ma va bene così, perché la fisicità e l'indole della "donna Dolce&Gabbana" quelle sono) si innestano motivi decorativi pomposi e ridondanti (sembrano aggettivi negativi? non vogliono esserlo) che rendono ogni capo speciale e prezioso: dai ricami dorati (la sfilata maschile dello scorso gennaio lasciava in effetti immaginare una virata di questo tipo) svolazzanti come cornici barocche, che arrivano ovunque - calze, occhiali, scarpe comprese - alle stampe di putti e angeli strappati con enfasi da un dipinto, dai gioielli con pietre scintillanti, ai fiori di ceramica tipo capodimonte, fino ai metri e metri di pizzo usati senza risparmiare...
Un trionfo dell'italianità di un'altra epoca, come la colonna sonora - do O' sole mio a O'surdato 'nnammurato - affidata al fiato di Luciano Pavarotti, suggerisce. Proud to be italian, insomma.

Sofisticata e preziosissima anche la collezione firmata Salvatore Ferragamo, uscita dalla matita di Massimo Giorgetti. C'e un'eco di Oriente che soffia nella sala allestita con scintillanti lampadari d'epoca (ce ne erano anche in quella di Dolce&Gabbana, ironia della sorte). Forse perché da là - Russia, India e Cina - arrivano i più interessanti e interessati clienti della maison, e dell'industria del lusso in genere. Tra suggestioni di divise militari e rimandi agli anni Ottanta, dopo un incipit in nero (non se ne può quasi già più, possiamo dirlo?) il meglio della collezione arriva nella seconda parte, con abiti impalpabili e trasparenti, scintillanti di bagliori dorati, in nuances calde e speziate, decorati con arabeschi sinuosi, resi sexy da scolli alla zingara e da allacciature pruriginose. Piacerà, molto, là dove la collezione è nata per piacere.

Una ricchezza che profuma d'Oriente anche sulla passerella di Aquilano.Rimondi. La collezione del duo di stilisti ci è piaciuta molto. Di certo non un'ode alla freschezza e alla leggerezza, ma una buona riflessione sul tema dell'assemblaggio di elementi diversi, tutti incredibilmente densi e pregnanti: tessuti con filigrane metalliche che sembrano arrivare dalla Turchia, inserti in velluto, macro disegni di volute arabeggianti ad intarsio, piume e, ovunque, cristalli multicolor a comporre dettagli gioiello vistosi e potenti. Soprattutto su fondo nero, a risaltare e risplenere ancora di più: possiamo già parlare di tendenza.

Tendenza nella quale si inseriscono anche le - inusuali per il marchio - tre uscite finali della passerella di Marni. Per una volta sono (almeno in parte) accantonate le vistose stampe che la griffe richiama subito alla mente (e che dominano nella collezione disegnata per H&M e nei negozi l'8 marzo), il mood della collezione è piuttosto rigoroso e clean. I volumi sono semplici, quasi primari, i colori piatti e uniformi, le forme lineari al limite del geometrico. Si avverte una voglia di pulizia e di praticità. Ben rappresentata, la prima, dalle calze bianche (un po' da infermiera) che completano tutti gli outfit, e dalle maxi tasche di intriganti parka in vernice la seconda.

Da segnalare, della giornata, anche le sfilate di Frankie Morello, un incontro azzardato tra una giocatrice di football e una punk ricoperta di borchie, di Trussardi (niente Hunziker, per i più curiosi), disegnata da Umit Benan e idealmente pensata per una viaggiatrice contemporanea che non si separa dal suo zaino, e di Missoni. Ma, in quest'ultima, ero così lontano dalla passerella che non ho potuto capire davvero gli abiti. Desolato: non so proprio che cosa raccontarvi...

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