Tre applausi e tre perplessità di un week-end parigino

di Federico Rocca 

Convincono le collezioni di Lanvin, Haider Ackermann e Comme des Garçons. Meno, invece, altre

Federico Rocca

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Un fine settimana decisamente intenso, quello appena trascorso sulle passerelle parigine. Tra le tante collezioni per il prossimo Autunno/inverno 2012-13 presentate negli scorsi tre giorni, ne spiccano, per creatività, inventiva e gusto, almeno tre. Secondo noi, of course.

La prima è quella - autocelebrativa - di Lanvin. O, meglio, di Alber Elbaz per la Maison che ha contribuito a riportare nell'Olimpo della desiderabilità con il suo lavoro coerente e mai contraddittorio. Già, perché - disegnando e cucendo - lo stilista di origini israeliane celebra i suoi primi (e non ultimi, speriamo... peerché le voci che lo vogliono in partenza ora per Chanel, ora per Dior sono sempre insistenti) 10 anni di onorato servizio per la storica griffe ora nelle mani del taiwanese Shaw-Lan Wang.
Per questo speciale compleanno Elbaz porta in pedana una summa del suo stile così riconoscibile e preciso. Abiti iperfemminili, costruiti come fluide (non sempre) architetture addosso al corpo della donna, leggeri e scenografici assieme, drammatici ma con una punta di dissacrante ironia. Minimal, come nelle coloratissime uscite iniziali; tragici ed eccessivi, come negli outfit total black; sfacciati, dove l'oro, i cristalli, il pizzo, le ruches e le stole di pelliccia prendono felicemente la mano al designer in un trionfo di opulenza che profuma di anni Ottanta. Dopo le modelle, in pedana sale lui, che del modello non ha proprio niente: canta, ringrazia, e si gode l'omaggio scoppiettante che gli viene meritatamente tributato (clicca su play, nella foto, per vedere il video).

Stagione dopo stagione, collezione dopo collezione, si dimostra sempre più sicuro di sé e sempre più focalizzato su uno stile personalissimo anche Haider Ackermann. Lo stilista di origini colombiane è un vero maestro di una fluidità, per così dire, "strutturata". Morbide volute di pelle, di raso di seta o di lana vengono trattenute, composte e ordinate da cinture a clessidra che catturano l'occhio riconducendolo al punto vita, rifuggendo sapientemente dall'imminente pericolo dell'infagottamento. In passerella, questa volta, anche abiti dalle costruzioni decisamente più facili: ma basta uno spacco o un drappeggio per renderli, nella loro evidente semplicità, comunque seducenti. Incredibili, per azzardo e per riuscita, gli abbinamenti cromatici.

Non che ci fosse bisogno dell'ennesima conferma, ma la passerella di Comme des Garçons si è rivelata, ancora una volta, un trionfo di inventiva, creatività e intelligenza. Rei Kawakubo gioca sulla bidimensionalità di capispalla e pantaloni che sembrano come usciti da una pressa, realizzati con un feltro  pesantissimo. Nella rigidità di quelle corazze fumettose deve esserci pure un corpo, pare... ma forse non interessa a nessuno. Sulla via dell'astrazione assoluta, la collezione passa dai colori pieni alle fantasie floreali e ai macro pois, per approdare a geometrie astratte e a un divertentissimo trompe-l'oeil che si autocandida anche per la più anticonvenzionale delle sere.

A fronte di queste tre collezioni da 10 (e lode), ne abbiamo viste anche alcune che qualche perplessità ce la fanno venire. A cominciare da Christian Dior. Per quanto tempo, ancora, bisognerà rimanere senza (un) John Galliano? La collezione mandata in passerella dalla Maison e disegnata da Bill Gaytten è raffinata e preziosa, ma il rapporto tra "archivio" e creatività è, ancora, troppo sproporzionatamente sbilanciato a favore del primo e a detrimento della seconda. La Maison merita - e, forse, necessita - una direzione creativa di polso e carattere, per valorizzare un patrimonio di tradizione che altrimenti rischia di ripresentarsi, uguale a se stesso, un po' troppo annacquato e insapore.

Qualche dubbio, in tutta sincerità, ce lo instilla anche il nuovo corso estetico dato a Kenzo dall'arrivo alla direzione stilistica di Humberto Leon e Carol Lim, fondatori del newyorkese (ed iper-trendy) Opening Ceremony. L'attitudine sportiva della loro collezione primaverile già aveva spiazzato, e la sensazione di "perdita di punti d'orientamento" si fa ancora più evidente con questa loro "opera seconda". La ricerca di un pubblico giovanile è palese, l'esigenza di vendere è condivisibile, la voglia di svoltare è, in sé, lodevole. Ma auspicabile sarebbe anche, forse, il "rispetto" dell'approccio nei confronti del mondo folk che caratterizza(va) l'universo estetico della griffe. Non per essere passatisti, e senza voler passare per nazionalisti (era l'italiano Marras al timone della griffe prima di loro), ma ci sembra che da un marchio storico come Kenzo sarebbe normale aspettarsi, se non qualcosa di meglio, qualcosa di diverso. Pronti a rimangiarci quanto appena scritto tra sei mesi, bene inteso.

Infine, Hermés. La collezione disegnata da Christophe Lemaire (la terza per la Maison) è, per la verità, bella. Lineare, pulita, di classe. All'altezza, insomma, della Maison. Ma perché ispirarsi ai gaucho argentini e al Sud America, quando alla pampa dell'emisfero australe aveva guardato proprio Jean-Paul Gaultier per l'ultima collezione disegnata per la griffe parigina (la PE 2011)? L'approccio alla fonte ispirativa è palesemente diverso nei due stilisti (perché diversi sono loro stessi), ma la coincidenza è, per lo meno, curiosa.

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