Sfilate a Milano, quarto giorno: Jil is back. Ma non c'è solo lei

di Federico Rocca 

La Sander torna alle redini creative della "sua" Maison. Ma ci sono anche le donne poliedriche di Bottega Veneta e quelle orientaleggianti di Emilio Pucci. E poi c'è Sharon Stone, che dal front row di Fendi va dritta al Policlinico...

Federico Rocca

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La sfilata di Bottega Veneta, foto Getty

La sfilata di Bottega Veneta, foto Getty

Ci sono stilisti (e stiliste) che hanno come un'insana smania di confidare sull'eccentrico, di fare affidamento sulla provocazione e sull'eccesso per andare a centro. Per fare parlare di sé. Per accaparrarsi qualche redazionale in più. Per fare sembrare che la collezione sia riuscita e che piaccia. Quando invece, alle volte, è semplicemnte "strana". E - nel dubbio - si dice che è geniale.
Ce ne sono altri, poi, che impiegano le loro energie unicamente nel mettere assieme collezioni di capi belli, ben pensati e meglio ancora realizzati, pieni di buon gusto, di stile e di classe. Abiti e accessori che le donne possono indossare (ma guarda un po') sentendosi più belle. Mi correggo: non "sentendosi" - che quello è un inganno della moda a tutti i costi - ma essendo più belle. Tomas Maier, direttore creativo di Bottega Veneta, è uno di questi. E lo dimostra - qualora ce ne fosse ancora bisogno - con la sua collezione per la Primavera/estate 2013.
L'abito è protagonista assoluto: la lunghezza arriva a metà polpaccio, le maniche spesso sono corte mentre i volumi alle volte sono fluidi e morbidi, alle volte ben più costruiti. L'impulso è comunque sempre quello allo slancio. Ricami importanti, stampe floreali di ispirazione Seventies, mix inattesi ed eclettici di materiali, pizzi e paillettes contribuiscono alla definizione di una donna che Maier definisce, con un bell'aggettivo, «pluridimensionale». Una donna che si potrebbe anche, semplicemnete, chiamare "vera", perché poche sono quelle che hanno voglia di farsi ingabbiare in una definizione o peggio ancora in uno stile, specie se a compartimenti stagni, come la moda - certa moda - vorrebbe, stagione dopo stagione. «Esistono abiti da donna - prosegue Maier - che non possono essere riassunti in due parole». Noi abbiamo provato ad usarne qualcuna di più, ma ancora non basta per definire la classe di questa collezione.

Ma la notizia del giorno è un'altra. No, non che Sharon Stone si è sentita male al termine della sfilata di Fendi, dove era ospite. Bensì quella relativa al vero (dopo l'esordio con la moda uomo dello scorso giugno) ritorno di Jil Sander alle redini creative della griffe che porta il suo nome. In molti tra i giornalisti hanno commentato: «È molto Jil!». Grazie tante, direte voi. E invece la sentenza dalla lapalissiana evidenza ha un senso. Ovvero: la desigenr tedesca è tornata con una collezione fedele in modo ortodosso allo stile - minimal/concettuale - che l'ha resa una pietra miliare della moda dello scorso secolo. Ancora più rigorosa di quanto ce la ricordassimo, la Sander pare avere portato al punto estremo la secchezza e il rigore astratto della sua donna: volumi scultorei, tessuti rigidi, pochissimi colori, geometrie disegnate col righello. L'unico vezzo - per così dire - un pois cangiante. Trasparente su fondo bianco.

Altra collezione azzeccatissima, quella di Peter Dundas per Emilio Pucci. D'accordo, ma non è Pucci, sibila qualcuno. Ma ormai avremmo dovuto abituarci alla visione rivoluzionaria della leggendaria griffe italiana che ha imposto il designer nordico. Dimenticate (non del tutto, per la verità, ma certamente riviste e corrette) le stampe iconiche della Maison, Dundas porta avanti il suo immaginario di una donna iperfemminile e sexy. Che, questa volta, nasce dall'incontro tra la grazia dell'Indocina, e dell'estremo Oriente in genere, con l'austerità un po' grezza delle divise militari. Trasparenze e ricami prodigiosi imperversano, tra sagome di dragoni e tigri e pennellate d'oro. Dal bianco immacolato al verde militare, dal kimono alla tuta d'aviatore, andata e ritorno.

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Il premio "migliore messa in scena della settimana" va però ad Antonio Marras, che apparecchia per i suoi ospiti tavolini con cristalli, argenti e torte glassate di celeste, rosa e verde acqua. Gli stessi colori zuccherini dei suoi altrettanto deliziosi abiti patchwork, sui quali come granella di zucchero vengono sparpagliati golosissimi cristalli luccicanti.

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Cita Mapplethorpe e Irving Penn Maurizio Pecoraro, nella sua ricerca stilistica coerente e sempre colta, mentre puntano su suggestini che rimandano a certo design italiano degli anni Ottanta Aquiiano.Rimondi, con una collezione ipercolorata che pare ispirata al mondo dei clown e del circo, in chiave evidentemente glam. Clima circense anche da Frankie Morello, che prendono il segno grafico del fulmine come leitmotiv delle loro vivaci creazioni. Agl antipodi la collezione di Ter et Bantine, concettuale al punto da fare indossare alle modelle scarpette da sub. Belli gli abiti, ma due dita di tacco (almeno) aiutano sempre.

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