Pelliccia: sì, no... forse

di Federico Rocca 

Inutile, oltre che impossibile, negarlo: il tema "pelliccia" divide. La "battaglia" tra sostenitori e contrari raggiunge, spesso, toni molto accesi. Se non è, necessariamente, un nostro compito esprimere un parere, lo è certamente informare. Per questo motivo vi proponiamo due interviste: una a Simone Pavesi, responsabile Lav per le Campagne Pellicce, e una a Roberto Scarpella, Presidente dell'Associazione Italiana Pellicceria. E adesso tocca a voi...
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Federico Rocca

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Foto Corbis

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Il fronte dei favorevoli e quello dei contrari si danno battaglia da anni. Spesso anche con toni molto accesi. Il dibattito intorno all'uso della pelliccia è uno di quelli che divide l'opinione pubblica. Pro e contro. Sì e no. E' giusto, secondo noi, che ognuno possa farsi sull'argomento un'idea scevra da pregiudizi. Per questo motivo abbiamo deciso di affrontare molto serenamente il tema, con lo scopo unico e preciso di darvi le informazioni più obiettive a disposizione. Come? Con due interviste, a due importanti esponenti dei fronti contrapposti. A voi, a questo punto, farvi un'idea. Oppure cambiare quella che già avevate.

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Risponde Simone Pavesi, responsabile Lav per le Campagne Pellicce

Dopo anni di apparente sospensione del loro uso da parte della moda, le pellicce sono tornate di tendenza. Le risulta? E come spiega questo fenomeno, soprattutto in un momento di crisi come questo?
Dalle riviste di moda o dalle trasmissioni televisive, in effetti, pare che la pelliccia sia tornata in auge. In realtà, affidandoci ai dati della stessa Associazione Italiana Pellicceria pubblicati da un rapporto Pambianco sull'andamento del consumo di prodotti in pelliccia in Italia, possiamo dire che gli italiani - se hanno la possibilità di scegliere tra un prodotto in pelliccia animale e uno in pelliccia sintetica - si orientino su questi ultimi. Dall'ultimo rapporto emerge come le vendite siano calate nei negozi moda dal 50 al 47%, mentre nella grande distribuzione organizzata il calo è dal 17 al 12%. L'orientamento è quello, insomma, per un prodotto fur-free. Chi ha acquistato pelliccia animale, invece, si è recato direttamente in punti vendita specializzati nella pellicceria, per i quali si è registrato un incremento delle vendite. Va ricordato, infine, che il settore della pellicceria ricopre una piccola quota - nemmeno il 3% - del mercato totale dell'abbigliamento. Confidiamo nel fatto, insomma, che gli italiani abbiano preso coscienza di quelle che sono le condizioni degli animali e che quindi orientino le loro scelte verso le alternative esistenti alla pelliccia.

Lei crede che la scelta di comprare e indossare una pelliccia sia - nella sostanza - una scelta di tipo etico? Ed eventualmente, come considerare, in questa discussione, il fatto che l'etica e la morale siano quanto mai soggettive?
Il nostro scopo non è quello di imporre una morale, ma quello di fare informazione in merito alle condizioni degli animali d'allevamento, così come di quelli che vengono cacciati. Internet ci aiuta molto nella divulgazione di denunce, immagini, documenti e testimonianze. Il consumatore, oggi, non può non sapere. Tutti oggi possono informarsi in merito all'origine delle pellicce e ai luoghi dove gli animali vengano allevati. Che poi si tratti di allevamenti soggetti e rispettosi delle leggi - come sicuramente dirà AIP - non significa che questi animali vivano in condizioni minime di benessere, dal punto di vista scientifico.

Il vostro punto di vista è: "no alle pellicce tout court", oppure "sì alle pellicce ma solo a patto che vengano rispettati gli animali d'allevamento"?
La produzione di pellicce implica necessariamente l'uccisione di animali. Per noi non è assolutamente necessario e irrinunciabile uccidere un animale per potersi vestire della sua pelle. Da oltre un anno - vorrei ricordare - in Europa non si commerciano prodotti, anche alimentari, derivanti dall'uccisione delle foche. Vivere quotidianamente e vestirsi senza uccidere è, insomma, possibile. Al di là e a prescindere dalle questioni relative alle condizioni degli allevamenti.

Chi indossa la pelliccia, spesso, tende a minimizzare il problema, facendo notare come moltissimi animali vengano uccisi ogni anno per l'alimentazione, e tacciando il fronte dei contrari alla pelliccia di ipocrisia...
Bisognerebbe affrontare una problematica alla volta. Una questione non "annulla" l'altra. Gli animali da pelliccia come visoni e volpi, comunque, non vengono destinati all'alimentazione. Le loro carcasse vengono semplicemente distrutte. Nel nord Europa si arriva al paradosso del loro utilizzo per la produzione di energia "pulita" attraverso la loro combustione...

In poche parole, come potrebbe provare a convincere una donna che ama le pellicce a farne a meno?
Rinunciare alle pellicce è una scelta responsabile, consapevole, rispettosa degli animali e dell'ambiente. E, soprattutto, è una scelta moderna. Dall'età della pietra sono passati molti anni.

Chi volesse sostenere la LAV, che cosa può fare?
Informazioni su come sostenere attivamente la campagna della LAV si trovano sul sito nonlosapevo.com, oltre che sul sito istituzionale lav.it. Abbiamo un centinaio di sedi in tutt'Italia organizzate da attivisti volontari. L'impegno in ambito locale è molto importante.

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Risponde Roberto Scarpella, Presidente dell'Associazione Italiana Pellicceria

Dopo un periodo buio, le pellicce sono tornate di tendenza, da qualche stagione. Come si spiega il fenomeno?
E' vero: oggi più che mai gli stilisti lavorano con la pelliccia, anche se di fatto la pelliccia non e' mai scomparsa dalla scena. In questo momento storico la qualità del prodotto è un fattore premiante. Il consumatore finale si e' reso conto del valore e della longevità di questo prodotto e lo utilizza in maniera sempre crescente: in valori assoluti, stiamo parlando del 70% in più negli ultimi 10 anni ed è un dato estremamente significativo, che non molti altri comparti possano vantare.

La pelliccia è ancora uno status symbol, come negli anni Ottanta.... o oggi rappresenta qualcosa di diverso?
L'unicità della pelliccia sta nelle sue incredibili tecniche lavorative artigianali. Il pregio delle pelli risiede nella morbidezza, nel colore e nel calore che sono capaci di rendere... Nella loro "naturale" bellezza, insomma. Come capospalla, accessorio o semplice guarnizione, la pelliccia si manifesta sempre nella sua versatile evidenza. Non credo sia più uno status-symbol, quanto un elemento che non può mancare nel guardaroba.

Il fronte dei contrari alla pelliccia insiste molto - tra gli altri - anche sul tema delle condizioni - definite poco rispettose della dignità degli animali - degli allevamenti. Che cosa potete dire al riguardo?
Gli animali da pelliccia provengono da allevamenti altamente regolamentati in cui devono essere rispettate le migliori condizioni in tema di trattamento degli animali: nutrizione, alloggi adeguati, cure veterinarie sono fondamentali per arrivare al miglior prodotto. Recentemente gli allevatori italiani hanno "aperto le porte" per mostrare cosa c'è davvero dietro il loro lavoro. Lo hanno fatto per rendere più evidenti gli investimenti fatti in strutture, qualità e benessere animale, per raccontare che solo un trattamento corretto porta ad avere un prodotto finale perfetto e perciò meglio remunerato.
Per quanto riguarda invece le pelli "selvatiche", queste vengono prelevate solo da popolazioni sostenibili e abbondanti. Sostenibile significa che il prelievo dall'ambiente di una piccola percentuale (peraltro regolata da leggi molto precise) consente una gestione ottimale dell'intera popolazione e garantisce un equilibrio tra le diverse popolazioni che altrimenti verrebbe compromesso. Un esempio significativo ci arriva dalle foche: l'embargo dichiarato dall'Unione Europea ha fatto sì che negli ultimi due anni non vi sia stato interesse commerciale nei loro confronti, ma ha aperto anche una falla gigantesca nell'ecosistema dell'Atlantico Nord-Orientale per la repentina scomparsa di pesce, tanto da costringere il Governo Canadese ad ordinare proprio in questi giorni la riapertura della caccia di almeno 70.000 foche (grey-seals).

Molte manifestazioni delle associazioni animaliste fanno leva su immagini sanguinolente e oggettivamente shockanti, che colpiscono l'opinione pubblica. Che cosa ne pensa?
Molti video o immagini sono stati creati ad hoc proprio per avere un effetto shockante. L'uccisione dell'animale rappresenta di certo l'aspetto più cruento, ma ogni buon allevatore sa che è proprio questa la fase in cui deve dimostrare la sua vera professionalità per renderla il più indolore possibile. Non ha proprio senso usare violenza gratuita per la soppressione dell'animale. Questo non toglie che vi possano essere casi di imbecillità comportamentale : per combattere questi casi estremi sia l'Associazione Internazionale della Pellicceria (IFTF) sia quella italiana (AIP) stanno facendo molto per un controllo sempre più attento.
Nel 2006 il settore pellicceria si è dotato a livello mondiale di un sistema, OA - Etichetta di Origine Garantita, "Origin Assured" - in grado di fornire ai consumatori tutte le informazioni sulle origini delle pelli, sia d'allevamento che selvatiche, garantendone la provenienza da Paesi in cui sono in vigore normative o standard che ne regolano severamente la produzione.
Piuttosto, la campagna animalista tende ad utilizzare mediaticamente informazioni non corrette, o scorrette, quando addirittura a tacere su aspetti per loro imbarazzanti: faccio riferimento a quanto riportato per esempio sul sito www.petakillsanimals.com , che dice che lo Stato della Virginia (USA) è dovuto intervenire a più riprese nei confronti della PETA, responsabile di aver soppresso più del 90% degli animali (soprattutto d'affezione) a loro affidati.

L'eco-pelliccia è una valida alternativa alla pelliccia vera?
Intanto la definizione stessa è sbagliata: più corretto semmai definirla "pelliccia sintetica", visto che viene prodotta utilizzando fibre non naturali (soprattutto acriliche e dunque derivate da prodotti petroliferi). Non è comunque un'alternativa, ma un altro oggetto, ben diverso. Non ha la morbidezza del pelo naturale, né la sua leggerezza; non ne ha il "calore" né tantomeno quella versatilità che permette ad un capo in pelliccia naturale di essere rimesso facilmente a modello, riadattato ad altri scopi, riutilizzato per diverse generazioni.
Lo scarso appeal di un pelo sintetico è peraltro supportato anche da un recente studio sul ciclo vitale di una pelliccia naturale in rapporto ad una sintetica: l'impatto minore è dimostrato in alcuni parametri fondamentali come la salute umana, la qualità dell'ecosistema e l'uso delle risorse.

In poche parole, come potrebbe convincere i sostenitori del fronte anti-pelliccia che usare le pellicce non è contro la morale e l'etica?
Sono l'esponente di un settore produttivo e in quanto tale credo fermamente che si possa parlare di etica di produzione e su questo impegnarsi e non di etica come studio filosofico universale del bene e del male. Se è vero che allevare animali è da sempre una delle attività principali dell'uomo e fin dai tempi più remoti il vestirsi con pelli animali soddisfa uno dei suoi bisogni primari, è vero anche che il rispondere a un'etica di produzione ha fatto sì che siano mutate, con il tempo e la consapevolezza culturale, le modalità dell'allevamento e la gestione delle risorse naturali. E' morale - se la morale è l'insieme delle consuetudini legate a una certa tradizione culturale - non considerare che vi sono nella sola Europa più di 100.000 persone che lavorano nel settore allevamento di animali da pelliccia e molte sono le comunità che vivono e possono prosperare con questo commercio, come ad esempio gli Inhuit in Canada o alcune popolazioni del Sud America o della Russia?
E' morale accettare la "disneyzzazione" della società, perdendo di vista la realtà della natura? L'uomo, in quanto essere in cima alla catena degli esseri viventi, ha una responsabilità in più: quella di utilizzare le risorse, animali e vegetali, senza sfruttarle in maniera acritica e inconsapevole. Nei film per bambini il leone sogna la bistecca ma vive di insalata: nella vita vera il leone caccia e uccide le sue prede … In un habitat che oggi deve essere controllato dalla saggezza umana perché lo stesso leone possa continuare a esistere.

Perché non si può fare a meno della pelliccia, oggi? E' davvero "necessario", oggi, vestirsi di pelliccia?
Niente è davvero necessario e rispettiamo chiunque abbia idee diverse dalle nostre. Ci deve però essere libertà di scelta: laddove altri vedono solo animali insanguinati noi vediamo un capo di abbigliamento lavorato in maniera incredibile, frutto magari di un lavoro artigianale che vanta tradizioni secolari; vediamo la moda che gioca con i colori e i volumi delle pelli; vediamo la pelliccia come un dettaglio di eleganza imprescindibile che avvolge e trasmette bellezza. Se ne può fare sicuramente a meno, come di tanti altri oggetti che il mercato ci sottopone: a noi il privilegio di poter scegliere quello che riteniamo necessario.

C'è una possibile compromesso civile tra i sostenitori e i detrattori della pelliccia?
Non credo proprio ci possa essere una linea di contatto. E d'altra parte un animalista non può ritenere corretto l'uso dell'animale, qualunque esso sia. E non credo possano ritenersi nemmeno soddisfatti dal nostro impegno per l'animal welfare: quella è semmai una battaglia del tutto nostra e che è in continua evoluzione. Ad alcuni sembra paradossale, ma un allevatore ama davvero i suoi animali e non può tollerarne la sofferenza in vita. Credo che questo debba essere in ultima analisi il nostro messaggio e la nostra promessa di impegno. Con la consapevolezza che altri si sentono disturbati dalle nostre scelte e che dunque i nostri sforzi devono necessariamente convergere nella ricerca di condizioni sempre migliori di benessere animale. L'esempio di Temple Grandin (www.grandin.com), capace con i suoi studi ed il suo impegno a costringere le multinazionali a cambiare radicalmente i loro metodi di macellazione delle vacche utilizzate per la produzione di carne è e deve essere alla base del nostro impegno: è questa l'etica di produzione che a mio avviso va perseguita.

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