Rankin: «Ho ancora fame»

di Alice Politi 

Dalla fotografia di moda all'avanguardia artistica e poi il ritorno, su carta e web. A tu per tu con la mente creativa dietro The Hunger Magazine. Che fa il punto sull'arte della fotografia applicata alla moda e al mondo digitale. E anticipa un  progetto nuovo e provocatorio. Con un tema che è ancora tabù

Alice Politi

Alice Politi

EditorScopri di piùLeggi tutti


Photo Courtesy of Rankin

Photo Courtesy of Rankin

Ci sono momenti, nella vita, in cui la mente creativa si ritrova a un punto di svolta. Momenti in cui si sofferma a guardare indietro, scrutando ciò che ha fatto, ciò che ha sognato, inseguito, costruito. Ci sono momenti, nella vita, in cui la mente creativa realizza che un capitolo si è ormai concluso. Ma c'è ancora dentro una fame fortissima, che chiede altro, che spinge oltre. La scommessa della creatività sta tutta lì: in quel desiderio profondo, in quella voce interiore che dà forma a un bisogno e che diventa slancio. Verso il futuro.

Può racchiudersi in queste parole la genesi di Hunger, il nuovo style magazine "for the culturally and visually hungry". Fotografo di moda e ritrattista, co-fondatore insieme a Jefferson Hack di Dazed & Confused, amico stretto di Damien Hirst (insieme hanno pubblicato nel 2011, il volume fotografico Miths), Rankin, al secolo John Rankin Waddell,  è la mente "affamata" che ha generato questa new entry bi-annuale nel mondo dell'editoria indipendente inglese.

Sfogliandolo, si coglie subito la motivazione di fondo: la fame di arte, cultura, auto-espressione pura, autentica, a 360 gradi. Servizi e immagini audaci, provocatori, alcuni al limite del dissacrante; in realtà con l'intento preciso di consacrare oggetti, idee e personaggi.
Fotografia, moda, musica, letteratura, cinema, sport, arte contemporanea, "enne" campi d'azione esplorati con stile, eleganza, intelligenza. Attraverso mezzi tradizionali, la carta stampata, e tecnologie evolute, la web tv. Con la voglia di scoprire il meglio dei linguaggi e delle espressioni artistiche contemporanee e di rappresentare il bello nella sua accezione più ampia.
In una società satura di copie conformi, tutto ciò appare profondamente coraggioso, originale oltre che sensatamente all'avanguardia. Uno stimolo importante ad andare oltre la superficie. Per cogliere l'essenza vera dell'immagine.

Cosa vuol dire essere "affamati"?
«Essere affamati è una spinta creativa. È come un motore, un'energia. Svegliarsi la mattina ed essere eccitati all'idea di creare qualcosa. Essere affamati significa avere voglia, dopo vent'anni, di mettersi ancora alla prova nel campo dell'immagine. E chiedere ad altre persone di farlo insieme a te, in un obiettivo comune».

Qual è l'idea dietro The Hunger Magazine?
«Attualmente, quando si parla del mondo della moda e della fotografia si pensa a un luogo sovrappopolato. Ma io non vengo da questo mondo, vengo dagli stimoli creativi degli anni '80. E per me il connubio moda e fotografia non è semplicemente un'idea finalizzata a vendere prodotti. Sì, è vero, l'ho fatto anche io per vivere, per guadagnare, ma è proprio da qui che viene l'idea di "fame". Perché la fotografia è un grande mezzo e permette di riflettere la società. La fotografia ti consente di documentare i tempi. È questo che amo sottolineare quando parlo ai giovani del mio staff: oggi siamo su FB, su Twitter, su Tumblr, rappresentiamo il mondo. E quanto creiamo un'immagine non è mai interamente legata all'idea di vendere qualcosa, ma di registrare uno stile di vita, testimoniare la società».

Com'è nato il nuovo progetto?
«Nel 2002 lavoravo ancora con Jefferson Hack e il team di Dazed & Confused. Ma i "capitani" erano troppi e per dirigere un giornale il leader deve essere uno soltanto.  Così, poiché desideravo che il mag avesse successo, ho deciso di proseguire la mia carriera da fotografo.  Dal 2002 al 2011 ho realizzato qualcosa come 35 libri fotografici! Alla lunga, però, mi mancava il magazine e non potevo tornare indietro a distanza di dieci anni, dicendo "Hey, sono tornato!". Sarebbe stato ingiusto nei confronti del team con cui avevo lavorato. Quindi, ho pensato che se desideravo davvero cambiare, esprimermi, mettermi alla prova dovevo realizzare un magazine diverso, senza alcuna pretesa di successo. Il nome che ho scelto rappresentava il modo in cui mi sentivo: "affamato". Così ho iniziato a indagare le nuove possibili piattaforme su cui crearlo, per esempio il web e la tv. In questo modo avrei potuto combinare la mia esperienza, il mio know how su vari campi: quello televisivo, quello pubblicitario e quello editoriale. Da lì è nato il piano».

Magazine su carta e sul web: nemici o amici?
«Decisamente amici. Anzi, devono sostenersi a vicenda. Hunger mag, per esempio, si evolve, si muove, non è statico. E questo avviene sul sito che non è una copia assoluta di ciò che accade sul magazine di carta, ma la sua evoluzione. Si tratta di un'esperienza diversa: certa gente sceglie il mag, altra il sito. Se poi si considera che la produzione di video e grafica sta diventando sempre più economica, sarà più facile creare un canale tv all'interno di un sito web. E si potrà avere un audience di massa con un unico brand. Tutto ciò è  davvero entusiasmante. Non posso dire che oggi sia perfetto, ma posso dire che riesco a vedere dove si può andare con ciò che abbiamo in questo momento».

Quanto sono "affamati" i lettori di oggi?
«Credo che i lettori di oggi siano "molto affamati". Tutti noi divoriamo informazioni molto più velocemente rispetto al passato. A pochi giorni dal lancio del magazine, per esempio, ho bloccato tutto e stravolto l'impostazione del sito. Abbiamo realizzato una seconda versione, più pulita, più editoriale, con i video.  E nella prima settimana di lancio abbiamo scoperto che la gente si fermava a guardare i video per circa due minuti.  E quando dico due minuti di attenzione per un video, anzi, per la precisione da due a quattro, è tantissimo! Per cui penso che se offri dei contenuti interessanti, di sostanza, la gente se ne accorge e si ferma. Il punto è creare contenuti che sappiano catturare l'attenzione e che colpiscano dal punto di vista dello stile».

È più significativa l'estetica del brutto o l'estetica del bello?
«Direi l'estetica dell'individualità. Essere un artista implica una visione diversa delle cose e ciò che conta davvero per un creativo è l'estetica dell'auto-espressione. Che è poi il senso della gestione di Hunger: la fame di esprimere se stessi. Attraverso le immagini si può cambiare il mondo, anche mostrando il peggio. Quando riguardo certi lavori dico: "questo è divertente", "questo è triste", "questo parla della vita", "questo parla della morte", "questo parla di emozioni".  Quando ho creato Hunger, volevo davvero curare la prospettiva in cui è inserita un'immagine, affinché la gente potesse avere, cogliere un'emozione, indipendentemente dal discorso commerciale».

C'è un soggetto o un personaggio che ti piacerebbe fotografare?
«Attualmente sto lavorando a un progetto fotografico con un tema molto particolare: la morte. È un'esperienza fondamentale, vorrei realizzarci un libro. In un certo senso, la  morte ha bisogno di essere celebrata. Diventa anche un modo per indagare i sentimenti, esorcizzare la paura di qualcosa che non conosciamo. Insomma è un progetto che mira a scandagliare ciò di cui non si parla, considerato che in Inghilterra, il mistero della morte è ancora un tabù».


Inserisci il tuo indirizzo email per iscriverti alla newsletter moda di Style.it
 

Cerca in Sfilate

Stagione Designer