La forza di Sonia

Emanuela Griglié 08 novembre 2011

La mafia ha ucciso il padre 18 anni fa. Ora Sonia Alfano ha convinto l'Europa a lottare con lei

È nata il 5 ottobre 1971 a Messina 
È nata il 5 ottobre 1971 a Messina

Beppe Alfano, giornalista scomodo, è stato ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto l'8 gennaio 1993. Lo avevano avvertito: «Se vai avanti così non arriverai al 20 gennaio». I suoi assassini sono stati condannati con sentenza definitiva, le indagini sui mandanti occulti sono ancora in corso. Le ha fatte riaprire Sonia, la figlia, che ricorda tutto. E ha trasformato una tragedia personale in responsabilità civile. Oggi è una parlamentare europea, eletta con l'Italia dei Valori, e si è data una missione: introdurre in Europa il reato di associazione mafiosa, che esiste solo in Italia.

La commissione giustizia dell'Unione Europea ha appena approvato la relazione che porta il suo nome.
«È il lavoro di una vita. Per gli altri stati i mafiosi sono criminali ordinari. Con la mia proposta, la legge italiana, che prevede il carcere duro e la confisca dei beni, sarà estesa a tutta Europa».

Cosa ricorda dell'8 gennaio 1993?
«Tutto. Sapevamo che ogni giornata poteva essere l'ultima. Lo sguardo di mio padre quella sera, prima di uscire di casa, ce l'ho stampato dentro».

Il ricordo più bello che ha di lui?
«L'ultimo esame all'università. Era venuto di nascosto. Alla fine il professore mi dice: signorina va bene 28? Io ho nicchiato un po'. E nel silenzio da dietro si sente: va bene va bene! Era papà».

In carcere ha incontrato molti mafiosi, tra cui Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Che effetto le ha fatto?
«Prima c'è stato un grande lavoro interiore, ho cercato di lasciare la mia storia fuori. Ma quando incontri un condannato a 40 ergastoli che ti dice che è un errore giudiziario, che il carcere duro è ingiusto perché così pagano anche i suoi figli che crescono senza vedere il padre, io non ce la faccio. Non l'ho mai detto, ma lo penso: io mio padre non l'ho più rivisto, perché la mia famiglia ha dovuto pagare e la tua non dovrebbe?».

C'è posto per la compassione?
«In questo momento non mi sento di perdonare nessuno. Però, almeno, l'odio non mi appartiene più. L'ho vissuto per molto tempo. Perché i colpevoli sono tanti, non solo la mafia, ma anche tutti quelli che ci hanno resi vulnerabili e soli con la loro indifferenza».

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