La felicità è un diritto qui da Network
Comunicazione. E lo mettono in pratica: «Un ambiente
rilassato produce creatività, e dunque denaro. Siamo tutti
iperconnessi e non c'è (quasi mai) obbligo di frequenza. Va bene se
stai a casa per tre giorni di fila. Basta che poi consegni nel
tempo giusto un fantastico progetto». Succede a Milano centro, non
in un'altra dimensione. A creare questa società di comunicazione
(10 donne e 2 uomini) sono state Silvia Brena,
giornalista, scrittrice, ex direttore di una famosa rivista
femminile, e Alessandra Toniolo, ex direttore
creativo dell'agenzia pubblicitaria McCann Erickson. Entrambe
avevano sperimentato tempi di lavoro che annullano gli spazi per la
vita personale e familiare.
Così, sei anni fa, hanno scelto di inventarsi un altro modo di
produrre e guadagnare. Qui Mara Baroni, il
direttore generale, spesso e volentieri lavora da casa (il suo uffi
cio è disseminato di nani da giardino di cui fa collezione);
Stefania Olivieri (appassionata di tango), la
responsabile dei contenuti, vive a Bologna ed è una pendolare: «Ho
un part-time di 4 giorni su 5, di cui 3 in sede e uno da casa». Ed
è entusiasta della sua avventura professionale: «Mi piace questa
nostra capacità di fare gruppo a partire dalla gentilezza, c'è un
reciproco sapersi prendere cura che rende l'ambiente di lavoro
stimolante e sicuro, così ho scoperto di saper fare più cose di
quanto credessi». Il coordinamento amministrativo passa per le mani
di Marina Rinaldi, che altrove sarebbe (solo) una
segretaria: «Invece sono il jolly dell'azienda: raccolgo ogni tipo
di informazione, dalle assenze ai preventivi di spesa, so dove sono
le lampadine di ricambio e conosco un idraulico economico per
risolvere le emergenze. Di tutti, anche per casa loro. La mia forza
è, credo, essere sempre disponibile ad ascoltare e risolvere i
problemi». Hai detto poco.
Dopo due ore passate in queste grandi stanze con i soffitti
alti, sedie comode, bagni profumati, una tisana sempre pronta, la
cucina bene attrezzata dove troneggia la zuppa di orzo («non siamo
riuscite però a organizzare i turni per fare la spesa e preparare
il pranzo: ognuna pensa per sé!»), mi ricordo che spesso negli uffi
ci si litiga. Così chiedo se succede pure qui, ma soprattutto se è
più semplice trovare soluzioni. Silvia Brena
lascia la sua stanza (piena di decine di Buddha colorati, lei è
buddista) e mi porta nella sala riunioni tirandosi dietro la sua
labrador (qui si può tenere il cane, ovvio), mi fa un gran sorriso
(con occhi brillanti) e chiama l'altra Silvia. Ovvero
Silvia Torlasco, l'account, una ragazza bella,
alta e allegra che fa volontario di notte sulle autoambulanze («ma
la mattina incontro i clienti, puntuale»), che si siede con noi, e
le due iniziano un dialogo serrato. In cui Brena racconta come lo
scorso anno fossero cadute «in un circuito di azione e reazione che
ci metteva l'una contro l'altra». Arrivate al punto di dirsi addio
(«con stima reciproca», precisa Torlasco), l'account spariglia il
conflitto e anziché mettersi in simmetria con il capo, rilancia:
nuove proposte, idee, clienti. La situazione si sblocca. Conclude
Brena: «Io ho capito i miei punti di rigidità, Silvia ha scoperto
le sue potenzialità». Che bella storia: e ne avete discusso a
lungo? «No, oggi è la prima volta che ce lo
diciamo».
Luca Ruberti, l'art director, che ha ascoltato
la conversazione da un'altra stanza, sospira e con affettuosa
ironia mi dice: «Ci vuole pazienza a lavorare con tutte queste
donne, ma sento quanto è alta la spinta creativa e mi piace il loro
punto di vista sempre diverso e raffinato». Ovvero quello che Brena
chiama «il pensiero laterale delle donne, la capacità di osservare
da un punto di vista diverso dalla maggioranza, producendo idee
inedite». Ecco perché in questa società, per esempio, Brena e
Toniolo hanno scelto di non crescere più di tanto e cercare
all'esterno le competenze per creare una app o un sito speciale, in
Italia o in India. Oppure di avere stipendi superiori di un 20%
rispetto al mercato per incoraggiare lo smarcamento dalla «sindrome
dell'impiegato e puntare alla responsabilità individuale». Ma
perché assumete (quasi) solo donne? È una scelta ideologica? «Ma
no!», dicono le socie e mi spiegano: «Qui nella stessa giornata
discuti di format, trend educational per bambini, programmi per
canali digitali. Non ci serve un talento specifico, ma essere
flessibili, aggiornati, curiosi, contenti e a volte anche più
arrabbiati, ma soprattutto più vivi». Ecco, ora l'ho capito anch'io
perché sono e(saranno) sempre più soltanto donne.