Lavorare zen, lavorare tutte

Alessandra Di Pietro 24 gennaio 2012

La felicità è un diritto qui da Network Comunicazione. E lo mettono in pratica: «Un ambiente rilassato produce creatività, e dunque denaro. Siamo tutti iperconnessi e non c'è (quasi mai) obbligo di frequenza. Va bene se stai a casa per tre giorni di fila. Basta che poi consegni nel tempo giusto un fantastico progetto». Succede a Milano centro, non in un'altra dimensione. A creare questa società di comunicazione (10 donne e 2 uomini) sono state Silvia Brena, giornalista, scrittrice, ex direttore di una famosa rivista femminile, e Alessandra Toniolo, ex direttore creativo dell'agenzia pubblicitaria McCann Erickson. Entrambe avevano sperimentato tempi di lavoro che annullano gli spazi per la vita personale e familiare.

Così, sei anni fa, hanno scelto di inventarsi un altro modo di produrre e guadagnare. Qui Mara Baroni, il direttore generale, spesso e volentieri lavora da casa (il suo uffi cio è disseminato di nani da giardino di cui fa collezione); Stefania Olivieri (appassionata di tango), la responsabile dei contenuti, vive a Bologna ed è una pendolare: «Ho un part-time di 4 giorni su 5, di cui 3 in sede e uno da casa». Ed è entusiasta della sua avventura professionale: «Mi piace questa nostra capacità di fare gruppo a partire dalla gentilezza, c'è un reciproco sapersi prendere cura che rende l'ambiente di lavoro stimolante e sicuro, così ho scoperto di saper fare più cose di quanto credessi». Il coordinamento amministrativo passa per le mani di Marina Rinaldi, che altrove sarebbe (solo) una segretaria: «Invece sono il jolly dell'azienda: raccolgo ogni tipo di informazione, dalle assenze ai preventivi di spesa, so dove sono le lampadine di ricambio e conosco un idraulico economico per risolvere le emergenze. Di tutti, anche per casa loro. La mia forza è, credo, essere sempre disponibile ad ascoltare e risolvere i problemi». Hai detto poco.

Dopo due ore passate in queste grandi stanze con i soffitti alti, sedie comode, bagni profumati, una tisana sempre pronta, la cucina bene attrezzata dove troneggia la zuppa di orzo («non siamo riuscite però a organizzare i turni per fare la spesa e preparare il pranzo: ognuna pensa per sé!»), mi ricordo che spesso negli uffi ci si litiga. Così chiedo se succede pure qui, ma soprattutto se è più semplice trovare soluzioni. Silvia Brena lascia la sua stanza (piena di decine di Buddha colorati, lei è buddista) e mi porta nella sala riunioni tirandosi dietro la sua labrador (qui si può tenere il cane, ovvio), mi fa un gran sorriso (con occhi brillanti) e chiama l'altra Silvia. Ovvero Silvia Torlasco, l'account, una ragazza bella, alta e allegra che fa volontario di notte sulle autoambulanze («ma la mattina incontro i clienti, puntuale»), che si siede con noi, e le due iniziano un dialogo serrato. In cui Brena racconta come lo scorso anno fossero cadute «in un circuito di azione e reazione che ci metteva l'una contro l'altra». Arrivate al punto di dirsi addio («con stima reciproca», precisa Torlasco), l'account spariglia il conflitto e anziché mettersi in simmetria con il capo, rilancia: nuove proposte, idee, clienti. La situazione si sblocca. Conclude Brena: «Io ho capito i miei punti di rigidità, Silvia ha scoperto le sue potenzialità». Che bella storia: e ne avete discusso a lungo? «No, oggi è la prima volta che ce lo diciamo».

Luca Ruberti, l'art director, che ha ascoltato la conversazione da un'altra stanza, sospira e con affettuosa ironia mi dice: «Ci vuole pazienza a lavorare con tutte queste donne, ma sento quanto è alta la spinta creativa e mi piace il loro punto di vista sempre diverso e raffinato». Ovvero quello che Brena chiama «il pensiero laterale delle donne, la capacità di osservare da un punto di vista diverso dalla maggioranza, producendo idee inedite». Ecco perché in questa società, per esempio, Brena e Toniolo hanno scelto di non crescere più di tanto e cercare all'esterno le competenze per creare una app o un sito speciale, in Italia o in India. Oppure di avere stipendi superiori di un 20% rispetto al mercato per incoraggiare lo smarcamento dalla «sindrome dell'impiegato e puntare alla responsabilità individuale». Ma perché assumete (quasi) solo donne? È una scelta ideologica? «Ma no!», dicono le socie e mi spiegano: «Qui nella stessa giornata discuti di format, trend educational per bambini, programmi per canali digitali. Non ci serve un talento specifico, ma essere flessibili, aggiornati, curiosi, contenti e a volte anche più arrabbiati, ma soprattutto più vivi». Ecco, ora l'ho capito anch'io perché sono e(saranno) sempre più soltanto donne.

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