Homo Domesticus

Chiara Dino 02 febbraio 2012

Gli uomini italiani in casa aiutano pochino. Ma neanche in Svezia, dove pure lavorano un'ora in più al giorno, i mariti brillano per iniziativa. Risultato: Firenze piange, Stoccolma non ride. Vogliamo dirlo che partecipazione non è rifarsi il letto ma co-gestire l'azienda famiglia?

Qui Stoccolma

Ho due figlie, un lavoro a tempo pieno in un'azienda farmaceutica, e la tentazione di fare un altro bambino. La mia vita è un gioco di incastri che neppure un'acrobata.

Rob, mio marito, in casa mi aiuta, gli uomini svedesi sono abituati fin da piccoli a farlo. Tiene sul frigo la lista dei suoi compiti e li svolge tutti, anche se in fatto di autonomia... Diciamo che è un perfetto esecutore. Cassetti da svuotare, medicine scadute da buttare, abiti da eliminare per far spazio negli armadi? Lui si presta volentieri, mai preso l'iniziativa, però. E certe volte faccio prima ad arrangiarmi io piuttosto che chiedergli un aiuto.

Il risultato è che esco la mattina alle sei, torno alle sei di sera e in tutto questo cerco di coordinare l'azienda casa: spesa, cucina, pulizie, bambine da andare a prendere alla lezione di musica. Sono la project manager della famiglia.

Per di più vittima del politicamente corretto: non riescoa decidermi ad assumere una colf. Per me chiedere a un estraneo di pulire i bagni o stirare le camicie è impensabile, mi sento incolpa.

Come tanti altri in Svezia: la collaboratrice domestica per noi èun lusso-tabù forse perché veniamo da anni di socialdemocrazia, forse perché abbiamo introiettato il dovere di farcela da sole. So solo che io non mi fermo mai, così riesco anche a fare sport e a studiare canto, la mia passione. Ma Rob una delega in bianco ce l'ha: la cura delgiardino è tutta roba sua.

Anna Kangasniemi, 40 anni, due figlie: JUlia, 9, e SOfia, 8. Più Rob.

Qui Firenze

Confesso: mi sono messa nei guai, e nessuno me lo aveva chiesto. Forse ho la sindrome della casalinga perfetta anni 50. Fatto sta che quando è nata Viola, tre anni fa, mi sono detta: la cosa migliore per lei, mio marito Iacopo e me stessa è che io lavori a casa.

Mi sono licenziata- mi occupo di moda - e ho iniziato a fare la consulente per varie aziende. Adesso, da poco, collaboro con la Fondazione di Palazzo Strozzi, posso fare tutto dal pc del mio studio di casa. E da quando Viola va al nido (pubblico), ho deciso di rinunciare anche alla colf. Ho imparato a scrivere un progetto tra una lavatrice e l'altra, mica facile, ma ti abitui.

Ovvio, certi giorni possono diventare incubi, come quella volta che avevo in casa l'idraulico, un cliente mi tampinava al telefono per la consegna di un lavoro urgente, e di Iacopo neanche l'ombra. Tutto sommato, però, non ho ripensamenti. Nell'arco delle 24 ore riesco a: non bruciare l'arrosto, andare al supermercato, mettere in ordine la casa, recuperare Viola a scuola, fare yoga e smaltire tutte le mail, complice un iPhone che ormai è una mia protesi. Iacopo mi dà una mano in cucina e se la cava egregiamente a caricare la lavastoviglie (e anche a scaricarla, sono fortunata, molti mariti italiani si limitano a una delle due operazioni).

Altro non è capace di fare, però il nostro patto funziona, forse perché è a tempo determinato. Ma se non decidiamo di provare con un altro fi glio, cerco un lavoro che mi costringa a uscire di casa. Stavolta, magari, part-time.

Allegra Salvadori, 34 anni, una figlia: Viola, 3. E un marito: Iacopo.

 

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