No, io non mi arrendo

Chiara Dino 18 giugno 2012

Ha dovuto chiudere l'azienda e si è trovata a fare i conti con la vergogna della sconfitta. Poi ha fondato un'associazione per aiutare gli ex imprenditori a non diventare invisibili

È un bollettino di guerra. Ti svegli e ti chiedi se anche oggi qualcuno avrà deciso di uccidersi per la paura che ti toglie la speranza e la voglia di rimetterti in gioco». È una mattina di sole quando a Firenze incontro Giuseppina Virgili, 53 anni, una testarda voglia di farcela malgrado sia passata per la via crucis del conto in rosso e delle banche che non ti prestano un euro, fino a doversi arrendere, come le oltre 3000 aziende fallite da gennaio. Fino a un anno fa produceva abiti sartoriali e dava lavoro a 10 persone, poi ha chiuso. C'è stato un momento in cui anche lei ha pensato di non farcela ad andare avanti, ma ha trovato la forza di reagire. E ha fondato il Copii, il Comitato Piccoli Imprenditori Invisibili.

Nato 5 mesi fa, offre consulenza legale e psicologica a chi è strozzato dalla crisi e ha già 500 iscritti.

Perché ha dovuto chiudere?
«Avevo un'azienda florida, l'Ishtar di Scandicci. Fatturavo 450mila euro l'anno. Dal 2008 tutto è cambiato. Il ciclo è sempre lo stesso. I clienti non pagano. Tu devi anticipare l'Iva e le tasse sul fatturato, le banche non ti fanno più credito. Ho vivacchiato per tre anni coinvolgendo anche mia figlia Eleonora, che ha 21 anni, per ottenere i prestiti per l'imprenditoria giovanile. Ma non è servito. Ora viviamo con i 700 euro della pensione di mio padre, a casa sua, e anche il mio ex marito è disoccupato. Sì, sono arrivata veramente a un passo dal limite».

Invece il 13 gennaio è nato il Copii.
«Dovevo trasformare la sconfitta in qualcosa di buono. Con un contributo minimo degli associati di 5 euro e grazie ad avvocati e psicologi volontari, sosteniamo chi sta fallendo. Come onlus abbiamo ottenuto di accedere al 5 per mille. Il nostro obiettivo è incontrare il premier e il ministro Fornero per studiare insieme delle soluzioni. Ma è l'aspetto umano quello più importante».

Più di un assegno?
«Ogni giorno mi chiamano in tanti. Chi si uccide lo fa perché si sente solo. Perché davanti alla vergogna del fallimento nessuno gli tende una mano. Noi parliamo, combattiamo l'isolamento. Insieme si è più forti. Anche per ricominciare».

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