Women in Diplomacy:
una conferenza su
donne, diritti e diplomazia

Francesca Porta 17 luglio 2012

Lunedì 16 luglio, a Roma, la Farnesina ha organizzato una convegno internazionale per discutere della necessità di aumentare il numero delle donne che lavorano in ambito diplomatico

Foto AP/LaPresse 
Foto AP/LaPresse

Donne, diplomazia, diritti. Sono queste le tre parole che meglio raccontano quanto accaduto lunedì 16 luglio nella conferenza internazionale Women in Diplomacy, organizzata a Roma dal ministero degli Esteri.

Nata per sostenere e diffondere l'iniziativa Women in Public Service Project (promossa dal Segretario di Stato americano Hillary Clinton), la conferenza ha riunito decine di donne di tutto il mondo, in particolare ministri, parlamentari e imprenditrici (tra loro anche Susanna Camusso ed Emma Bonino, mentre Elsa Fornero ha partecipato in videoconferenza da Pechino). Tutte con un obiettivo preciso: discutere di metodi e incentivi per aumentare il numero delle donne nelle amministrazioni pubbliche e nelle carriere internazionali.

Non si tratta di istituire quote rosa nella pubblica amministrazione e nei ministeri degli Esteri, bensì di creare per le donne l'opportunità e le condizioni per poter scegliere questo tipo di carriera. E non solo per le donne, non solo perché è «giusto». Soprattutto perché è «intelligente».

A spiegarlo, in una lettera inviata al ministro italiano degli Esteri Giulio Terzi in occasione della conferenza, è stata la stessa Hillary Clinton: «Il mondo si trova oggi a dover affrontare in politica estera problemi molto difficili sfide cruciali. E, mai come oggi, c'è assoluto bisogno di donne diplomatiche innovative e ricche di talento in posizioni chiave. Ancora adesso molto meno della metà delle posizioni di vertice sono occupate da donne. La conseguenza è rischiosa: rischiamo che vada perduto un immenso patrimonio di competenze e di saggezza».

È tutto vero. Quasi ovvio. Ma per una donna non è facile riuscire a occupare ruoli di leadership come diplomatica o ambasciatrice. La principale difficoltà è, lo sappiamo, quella di riuscire a conciliare famiglia e lavoro. La prima donna a diventare Segretario di Stato americano, Madeleine Albright, diceva che le donne, se si organizzano e lo vogliono davvero, «can have it all» («possono avere tutto»). Ma è davvero così?

Solo pochi giorni fa Anne Marie Slaughter, ex responsabile del Policy Planning statunitense, ha scritto un saggio su The Atlantic in cui sostiene esattamente l'opposto. Le donne non possono conciliare carriera professionale e figli. Quando riescono in una cosa, rinunciano (o perdono comunque qualcosa) nell'altra.

Secondo Marta Dassù, sottosegretario italiano agli Esteri e anima organizzatrice della conferenza di lunedì, ha ragione la Slaughter: «Ha ragione perché il problema di conciliare carriera professionale e lavoro è lasciato, ancora in larga misura e in molti Paesi, alle risorse individuali. Alle risorse personali, di carattere ed economiche: ma non tutte le donne possono essere, per riuscire, "superwomen". Mentre è indubbio che le nostre società abbiano bisogno, per diventare più efficienti e più vitali, di donne che lavorano e di donne che, al tempo stesso, possano fare e curare i propri figli».

«Per questo aiutarle a combinare i due obiettivi è essenziale per tutti. Per loro e per la società intera», ha concluso Marta Dassù. «La conferenza internazionale di oggi è l'avvio di uno sforzo per raggiungere l'obiettivo e per aumentare la rappresentanza femminile in ambito diplomatico. Non sarà certo semplice, ma possiamo farlo. Possiamo e dobbiamo trovare una capacità di leadership più "umana". Più adatta alle donne, ma in fondo - ne sono convinta - anche agli uomini. E non è escluso che per questa via diventi anche una leadership migliore».

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