Lunedì 16 luglio, a Roma, la Farnesina ha organizzato una
convegno internazionale per discutere della necessità di aumentare
il numero delle donne che lavorano in ambito diplomatico
Donne, diplomazia, diritti. Sono queste le tre parole che meglio
raccontano quanto accaduto lunedì 16 luglio nella conferenza
internazionale Women in Diplomacy, organizzata a Roma dal
ministero degli Esteri.
Nata per sostenere e diffondere l'iniziativa Women in Public
Service Project (promossa dal Segretario di Stato americano
Hillary Clinton), la conferenza ha riunito decine
di donne di tutto il mondo, in particolare ministri, parlamentari e
imprenditrici (tra loro anche Susanna Camusso ed
Emma Bonino, mentre Elsa Fornero
ha partecipato in videoconferenza da Pechino). Tutte con un
obiettivo preciso: discutere di metodi e incentivi per aumentare il
numero delle donne nelle amministrazioni pubbliche e nelle carriere
internazionali.
Non si tratta di istituire quote rosa nella pubblica
amministrazione e nei ministeri degli Esteri, bensì di creare per
le donne l'opportunità e le condizioni per poter scegliere questo
tipo di carriera. E non solo per le donne, non solo perché è
«giusto». Soprattutto perché è «intelligente».
A spiegarlo, in una lettera inviata al ministro italiano degli
Esteri Giulio Terzi in occasione della conferenza,
è stata la stessa Hillary Clinton: «Il mondo si
trova oggi a dover affrontare in politica estera problemi molto
difficili sfide cruciali. E, mai come oggi, c'è assoluto bisogno di
donne diplomatiche innovative e ricche di talento in posizioni
chiave. Ancora adesso molto meno della metà delle posizioni di
vertice sono occupate da donne. La conseguenza è rischiosa:
rischiamo che vada perduto un immenso patrimonio di competenze e di
saggezza».
È tutto vero. Quasi ovvio. Ma per una donna non è facile riuscire
a occupare ruoli di leadership come diplomatica o ambasciatrice. La
principale difficoltà è, lo sappiamo, quella di riuscire a
conciliare famiglia e lavoro. La prima donna a diventare Segretario
di Stato americano, Madeleine Albright, diceva che
le donne, se si organizzano e lo vogliono davvero, «can have it
all» («possono avere tutto»). Ma è davvero così?
Solo pochi giorni fa Anne Marie Slaughter, ex
responsabile del Policy Planning statunitense, ha scritto un saggio
su The Atlantic in cui sostiene esattamente l'opposto. Le
donne non possono conciliare carriera professionale e figli. Quando
riescono in una cosa, rinunciano (o perdono comunque qualcosa)
nell'altra.
Secondo Marta Dassù, sottosegretario italiano
agli Esteri e anima organizzatrice della conferenza di lunedì, ha
ragione la Slaughter: «Ha ragione perché il problema di conciliare
carriera professionale e lavoro è lasciato, ancora in larga misura
e in molti Paesi, alle risorse individuali. Alle risorse personali,
di carattere ed economiche: ma non tutte le donne possono essere,
per riuscire, "superwomen". Mentre è indubbio che le nostre società
abbiano bisogno, per diventare più efficienti e più vitali, di
donne che lavorano e di donne che, al tempo stesso, possano fare e
curare i propri figli».
«Per questo aiutarle a combinare i due obiettivi è essenziale per
tutti. Per loro e per la società intera», ha concluso Marta
Dassù. «La conferenza internazionale di oggi è l'avvio di
uno sforzo per raggiungere l'obiettivo e per aumentare la
rappresentanza femminile in ambito diplomatico. Non sarà certo
semplice, ma possiamo farlo. Possiamo e dobbiamo trovare una
capacità di leadership più "umana". Più adatta alle donne, ma in
fondo - ne sono convinta - anche agli uomini. E non è escluso che
per questa via diventi anche una leadership migliore».