Lady Camel arriva a Venezia

Linda Morris 28 agosto 2013

Ma come ti fa a venire in mente di attraversare il deserto, da sola, con 6 dollari, 4 cammelli e un cane? L'australiana Robyn Davidson l'ha fatto e ora la sua storia diventa un film, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Myself ve l'aveva raccontata già lo scorso dicembre. Eccola

Da Myself, dicembre 2012 
Da Myself, dicembre 2012

Oggi si riconosce un po' sì e un po' no in quella giovane donna che nel 1977 attraversò 2700 km di deserto australiano, sola, insieme a quattro cammelli e un cane femmina di nome Diggity. Eppure era proprio lei. Robyn Davidson, figlia di una famiglia di allevatori di bestiame del Queensland, che voleva capire meglio la cultura aborigena, e anche se stessa. «Avevo 27 anni ed ero uno strano miscuglio di cose, molto vulnerabile, ma anche forte e pratica. Mi rivedo nelle foto, lì mentre accarezzo un cammello, ma è come se si trattasse di un'altra persona». Ma adesso di quel suo viaggio, durato nove mesi e diventato un simbolo dell'avventura in solitario e anche un libro di successo, Orme, stanno facendo un film. E lei, a 62 anni, l'ha ripercorso raccontandolo tutto al regista John Curran, che proprio in questi giorni sta facendo le riprese. Mia Wasikowska (la Alice nel paese delle meraviglie di Tim Burton, ndr) è Robyn e Adam Driver fa Rick Smolan, il fotografo newyorkese che, prima di partire per l'immenso vuoto del bush australiano, non aveva mai cambiato una ruota in vita sua.

Orme è diventato un best seller. E ora Tracks (questo il titolo del film) farà conoscere al mondo intero la storia di questa traversata folle, da Alice Springs fino all'Oceano Indiano. Ma come le venne in mente un'impresa simile? Quando la incontriamo, Robyn si lascia scivolare su una poltroncina, si sfila i sandali e allunga le gambe. Un po' di nostalgia ce l'ha per quella ragazza attraente dagli zigomi alti e i capelli schiariti dal sole, che in Australia tutti conoscono come Lady Camel.

Ex studentessa del Conservatorio, dice che era salita su un treno per Alice Springs piena dello spirito bohémien che si respirava nella Sydney anni Settanta. Con il suo cane, sei dollari sei, una valigia di vestiti inadeguati, e l'ingenua sicurezza di poter addomesticare dei cammelli per attraversare a piedi il cuore profondo dell'Australia. Robyn era bellissima. E con quei pantaloni larghi tutti incrostati di sabbia, i piedi distrutti, il viso sporco e i capelli a dir poco spettinati, aveva letteralmente folgorato Rick Smolan, il fotografo che per il National Geographic aveva documentato la sua avventura. Lei ne disprezzava le attenzioni: «Era irritante. Detestavo le foto che mi scattava mentre facevo il bagno nell'oceano. Io non ero una modella in posa». Lui: «Era forte e determinata, mai conosciuto una persona così. Stupenda e intelligente. Difficile non esserne attratti». Insomma: prima amanti e poi amici per la vita. Rick Smolan la racconta così: «Io l'ho incontrata lì, ad Alice Springs, per fare un reportage sugli aborigeni: una donna strepitosamente bella che lavava i vetri del mio albergo vestita solo di un sarong. Le ho scattato un paio di foto e lei mi ha detto subito quello che pensava di me: ero un parassita che si arricchiva sulla pelle degli aborigeni».

Lei, che era andata nel deserto per trovare spazio, vento e libertà, aveva scoperto di poter contare su una buona riserva di resistenza. E quando era arrivato il momento più difficile, la morte dell'adorata Diggity avvelenata da un boccone di stricnina, ce l'aveva fatta: «Era sdraiata sul fianco, in preda alle convulsioni», ha raccontato in Orme. «Le ho sparato, non avevo scelta». Quando si era venuto a sapere del suo viaggio, la storia era finita ovviamente sulle prime pagine. L'avevano data per dispersa. Finché qualche paparazzo l'aveva rintracciata e lei, scioccata da tutta quell'attenzione, aveva deciso di nascondersi. Perché Robyn non ha mai avuto alcuna intenzione di battere record mondiali. «La mia impresa non aveva nulla a che fare con cose simili, neanche con l'intenzione di scrivere un libro». Mai interessato diventare famosa, voleva solo mettersi alla prova e superare se stessa. Punto.

Infatti, dopo il deserto, cambia cento indirizzi. Prima va a New York, per scrivere e rispettare gli impegni presi con il National Geographic. Ma la nuova identità le sta stretta, non sopporta domande tipo: «Quale sarà la sua prossima impresa, attraversare le Ande in skate board?». Poi, per finire Orme, si trasferisce a Londra, in un appartamento freddo e buio sotto la casa della scrittrice Doris Lessing: due anni di lavoro e un grande sforzo per tirare fuori i pallidi rosa dei tramonti australiani dalla memoria e dal grigiore londinese. Pensava, ingenuamente, che il libro l'avrebbe messa al riparo dall'interesse dei media. Che invece aumentò. Allora via con una nuova fuga, in India, stavolta per partecipare addirittura alla migrazione della tribù nomade Rabari, altra esperienza estrema che poi ha raccontato in un altro libro, Gente del deserto Zelig). Oggi, se le chiedi se alla fine ha capito perché ha fatto tutto questo, un po' si arrabbia. «Non sopporto quelli che si spiegano i miei viaggi e la mia irrequietezza con la morte di mia madre. È una semplificazione grossolana e senza senso. Contano la genetica, il caso, chissà cos'altro ancora». Sua madre soffriva di depressione e si è suicidata quando lei aveva undici anni. «Certo, come tutti sono segnata dall'infanzia che ho avuto, ma anche se è stata difficile puoi costruirti una gran vita». Ora sta cercando di mettere in ordine i suoi ricordi di figlia in un nuovo libro, che dovrebbe uscire l'anno prossimo. «È così faticoso scriverne, guardi, vorrei tanto avere già finito».

E pochi lo sanno, ma Robyn ha avuto una storia anche con Salman Rushdie, l'autore de I versi satanici. Prima della fatwa e di sposarsi con Marianne Wiggins, lo scrittore indiano era venuto in Australia per il festival di letteratura di Adelaide. Aveva letto Orme e, colpito dalla forza del libro, aveva voluto conoscere la Davidson. Risultato: una relazione super passionale e Robyn ancora oggi dà la colpa della separazione all'ego smisurato di Rushdie. Adesso Lady Camel vive tra Melbourne e una casetta isolata in un villaggio ai piedi dell'Himalaya. La divideva con Naredra, un aristocratico del Rajasthan morto due anni fa, suo ultimo amante. Ogni tanto qualcuno va a trovarla fin laggiù. Quando ha compiuto 60 anni ha organizzato una specie di pranzo di Babette: un'infinità di portate e di champagne. Al fotografo Ricky Smolan dispiace di non essere andato: «Mi preoccupo sempre per lei perché, avrà anche attraversato il deserto, ma non è una persona pratica». Non solo. Robyn raramente risponde al telefono, che lascia suonare a vuoto anche durante l'intervista. «Sono un disastro, vero?». Ammette: «Sono meno sicura. L'arroganza della gioventù e quella specie di ignorante certezza ti fanno superare un sacco di ostacoli, poi la vita segue il suo corso, ti strapazza e ti riempie di dubbi. Però alla fine, con tutti quei pezzetti, costruisci una persona».

Crede che un viaggio come il suo si potrebbe rifare oggi? «No. Troppi recinti, troppi divieti». Perdersi non è più possibile con i telefonini. E poi tornare nel deserto sarebbe comunque una delusione, l'uomo ha troppo danneggiato l'ambiente. «Ho dei flashback di memoria chiarissimi. Ogni tanto è la sensazione di un posto, la reazione viscerale a un paesaggio: il rosa e il bianco o la forma di un eucalipto, frammenti che formano un secondo o un minuto diricordi. È come una bolla che scoppia, un seme di ciò che resta di un viaggio che mi ha insegnato a camminare in armonia con il mondo».

(Da Myself, dicembre 2012)

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