Grazia Baccari, 54 anni
Mi sono operata esattamente due giorni dopo avere compiuto 45
anni e la decisione è scaturita da un paio di considerazioni.
Finalmente, nessuno più mi poteva chiedere perché non avevo figli,
non ne avevo fatti, non ne facevo. E questo significava che avevo
girato la boa. In effetti, erano un po' di mesi che guardandomi
allo specchio non mi riconoscevo più. Quelle palpebre un po'
cascanti, alla Simone Signoret, che da ragazza mi davano un'aria
intrigante, con il passare del tempo, e in particolare in quegli
ultimi mesi, erano diventate un problema, mi facevano sembrare
stanca anche se non lo ero. Per di più riflettevano troppo quello
che avvertivo: una preoccupazione o una notte insonne si vedevano
subito. Così c'era sempre chi, incontrandomi, mi faceva notare
l'«aria stanca». E io, che magari proprio quella mattina non mi ero
vista poi così male ma che, con Venere in Bilancia, ho un senso
estetico esasperato, ho iniziato ad avvertire un fastidio crescente
nei confronti della mia faccia. A vivere una sorta di scollatura
tra la mia immagine e il modo in cui mi percepivo dentro.
Accentuata, probabilmente, anche dal giro di amici del mio secondo
marito, che mi è coetaneo: tutti con mogli molto più giovani di me.
Così, ha cominciato a insinuarsi nei miei pensieri l'idea della
blefaroplastica e a rodermi come un tarlo. Facendomi vergognare,
perché non mi pareva il modo corretto di affrontare un cambiamento
imposto dalla vita. Tanto che arrivai a parlarne con il mio
analista. Mi tranquillizzò: «Perché no? Se se la sente, non deve
vivere questo desiderio come una colpa». A quel punto e con
quell'imprimatur, mi sono messa alla ricerca di un chirurgo. In
modo "clinico", da figlia e sorella di chirurghi. Fra Roma e
Milano, ne ho consultati cinque, cercando in ciascuno le mani e la
professionalità di mio padre. «È lui», mi sono detta incontrando
Luigi De Sisto. Da quel momento, e fino alla mattina
dell'intervento, sono stata sempre molto tranquilla, quasi
euforica. Eppure, quando mi sono ritrovata sul letto operatorio,
con gli occhi segnati dalla biro, ho avuto l'impulso di scappare: e
se non mi fossi più riconosciuta? Lo ammetto: ho avuto paura. Ma
più forte della paura è stata l'insofferenza nei confronti della
mia faccia: non la sopportavo più, non potevo più guardarmi nelle
vetrine senza provare fastidio. Evvai! Mi sono detta: è andata. La
sera stessa mi sono "coraggiosamente" lanciata un'occhiata allo
specchio: un mostro, praticamente. Ma dopo un mese esatto,
scomparsi lividi e gonfi ori, ho realizzato che quell'intervento
era stata la cosa migliore che avessi fatto per me nella vita.
Perché mi aveva cancellato dieci anni e, come per incanto, mi aveva
fatto ritrovare quella che ero stata, che ero rimasta dentro al
cuore. E mi aveva fatto amare di nuovo il mio viso, i miei occhi.
«Sta benissimo, è sempre lei ma più giovane», ha riconosciuto il
mio analista. A distanza di dieci anni lo dicono ancora oggi anche
le persone che "non sanno". Le quali non chiedono "che cosa ti sei
fatta?" ma notano che "tu non cambi mai, sei sempre uguale!".
Perché il risultato è di grande naturalezza. E soprattutto "tiene".
È il motivo per cui mi sono fermata qui. Fortunatamente, in
generale me la cavo ancora bene e, comunque, non voglio essere
perfetta. Certo qua e là qualche rughetta c'è. Ma ho una pelle
ancora da ragazza. Grazie ai miei genitori e a qualche magica
punturina.