Speed Sisters: tre ragazze in pista per la Palestina

di Francesca Porta 

Noor, Betty e Maysun formano la squadra nazionale femminile di Formula 3

Francesca Porta

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Foto d'archivio - LaPresse

Foto d'archivio - LaPresse

Si chiamano Betty Saadeh, Noor Daoud e Maysun Jayyusi, ma tutti, in Palestina, le conoscono come le «Speed Sisters». Le tre ragazze - che in testa non portano il velo, ma il casco - sono le famose e acclamate componenti della squadra nazionale femminile su quattro ruote.

La loro storia inizia ben 14 anni fa, quando Betty, oggi 31enne, e altre sei ragazze (tra cui Noor e Maysun) decidono di trasformare la propria passione per i motori in una professione. Con una Bmw nera tutt'altro che fiammante, le ragazze iniziano ad allenarsi, a partecipare a gare di velocità, a correre ai rally. Il loro sogno? La Formula 1.

«All'inizio non è stato facile», ha raccontato Betty al Sidney Morning Herald. «Questo è un posto dove le donne se ne devono stare a casa. Sapete come sono certe società arabe: in alcuni Paesi, come in Arabia Saudita, non ci permettono nemmeno di guidare».

Eppure, nonostante le difficoltà e i pregiudizi, le «Speed Sisters» ce l'hanno fatta: oggi corrono in Formula 3 (non è la 1, ma è già qualcosa), sono state ricevute a palazzo dal presidente Abu Mazen, sono sponsorizzate dai grandi imprenditori del Golfo, hanno una pista per le prove a Gerico. E non solo. Prossimamente la loro storia sarà raccontata in un film.

Il loro più grande traguardo, almeno fin'ora, è però essere il primo team in tutta la storia palestinese ad aver partecipato a una gara di Formula 3 in Israele. Gli avversari? Tanti, e tutti uomini, ma le «Speed Sisters» non si sono lasciate intimidire. Anzi. Noor Daoud, 22 anni, ha corso più veloce che poteva e ha tagliato per prima il traguardo.

Le «Speed Sisters», insomma, corrono veloce. Superano le altre macchine e nel frattempo cercano anche di superare le disparità tra uomini e donne. «Quando schiaccio l'acceleratore, mi sento una che fa qualcosa per le altre donne palestinesi», ha detto Noor Daud. «Vorrei mostrare al mondo che spesso siamo molto diverse dallo stereotipo della "donna araba"».

 

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