Supermartedì Usa: vince Romney (ma non di molto)

di Francesca Porta 

L'ex governatore del Massachussetts ha conquistato l'Ohio, ma solo per una manciata di voti

Francesca Porta

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As goes Ohio, so goes the Nation. Ovvero: dove va l'Ohio, va l'America. Può sembrare un antico detto, invece è verità: nelle elezioni statunitensi, i risultati dell'Ohio sono sempre (o quasi) lo specchio fedele di quelli nazionali.

Stavolta, però, nelle primarie del Partito Repubblicano, la voce dell'oracolo dell'Ohio non è stata così chiara: è vero, infatti, che a vincere è stato Mitt Romney (candidato già dato per favorito), ma la percentuale di voti (40%) non è così alta da essere davvero decisiva. L'avversario Rick Santorum è ancora alle calcagna, anche negli altri Stati.

Nella notte del Supermartedì delle primarie, infatti, Romney ha conquistato, oltre all'Ohio, il Massachussets (dove è stato governatore), il Vermont, la Virginia, l'Idaho e l'Alaska. Santorum, invece, l'ha spuntata in Tennessee, Oklahoma e North Dakota. Resta in gara anche il terzo candidato, Newt Gingrich, che ha conquistato la Georgia con un ampio margine di voti.

È ancora presto, dunque, per prevedere chi sarà il candidato repubblicano che sfiderà Barack Obama nelle elezioni del prossimo novembre. Quel che è certo è che l'attuale presidente degli Stati Uniti non ha intenzione di lasciare il suo posto senza combattere.

Proprio ieri, infatti, mentre Romney e gli altri candidati delle primarie si scagliavano contro «un presidente arrendevole, che indugia sulla necessità di intervenire in Siria e Iran», Obama ha risposto per le rime, irridendo «quelli che invocano interventi militari nei comizi elettorali, perché tanto non hanno le responsabilità che ho io».

«Quelli che evocano i tamburi di guerra» - ha detto il presidente - «dovrebbero spiegarne i costi ai cittadini americani. L'idea che tutte le crisi si possano risolvere mandando le nostre truppe si è rivelata sbagliata in passato. Ecco una cosa che non ho fatto: non ho lanciato nuove guerre. Qualche volta combattere è necessario, ma quando le guerre diventano oggetto di manovre politiche è sempre qualcun altro che ne paga le conseguenze».

 

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