«Le donne arabe non sono solo quelle con il burqa»

di Francesca Porta 

Non sono solo quelle con il burqa. Dounia Ettaib e Laila Alothman ci aiutano a capire quanto la realtà delle donne arabe è sfaccettata e differenziata

Francesca Porta

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Laila Alothman e Dounia Ettaib sono due donne che hanno molto da insegnarci. Le avevamo incontrate e intervistate lo scorso 18 ottobre e oggi, 8 marzo, vi riproponiamo le loro riflessioni sulle donne, arabe e non.

Quando si parla di donne arabe, spesso i primi pensieri che si affacciano alla nostra mente sono quelli del velo islamico, del burqa, della sottomissione agli uomini e della mancanza di diritti civili. Tutto questo è realtà in diversi Paesi arabi: una realtà innegabile, impossibile da dimenticare. Ma non è l'unica realtà.

È realtà anche il fatto che il 70% dei laureati nel mondo arabo sono donne e che in Marocco il Parlamento è formato per il 20% da donne (proprio come in Italia). È realtà che il Pakistan ha avuto un primo ministro donna (Benazir Bhutto) già nel 1988, mentre da noi ancora non è mai successo.

A raccontarci come può essere differenziata e sfaccettata la realtà delle donne arabe sono state Dounia Ettaib, giovane di origine marocchina che presiede l'Associazione Donne Arabe in Italia, e Laila Alothman, scrittrice kuwaitiana e attivista nel campo dei diritti delle donne.

Le abbiamo incontrate a Milano, durante le giornate di Don't Wait Discover Kuwait, un evento organizzato in occasione del 50esimo anniversario dell'indipendenza del Paese. In cinque giorni, la manifestazione voluta dal Consolato del Kuwait e sostenuta da Q8 e dal Comune di Milano, è riuscita a raccontare i tanti aspetti di una nazione ancora poco conosciuta.

Pochi sanno, ad esempio, che il Kuwait è uno dei Paesi dove si stanno compiendo passi importanti verso la parità tra uomini e donne. La scrittrice Laila Alothman, che ha appena pubblicato anche in Italia il romanzo Il messaggio segreto delle farfalle (editore Newton Compton), è orgogliosa del processo di emancipazione femminile che è stato avviato nel suo Paese.

«Nel 2005 le donne hanno ottenuto il diritto di voto. Si tratta solo di pochi anni fa, lo so, ma da allora la situazione è migliorata a una velocità considerevole. Oggi in Parlamento sono già state elette quattro donne, e non è una cosa da poco a soli 5 anni di distanza dal diritto di voto. Oggi, in Kuwait, le donne sono libere di girare senza il velo, studiano esattamente come gli uomini (se non di più), possono scegliere la loro professione. Insomma, sono donne libere».

Non in tutti i Paesi arabi, però, le donne vivono come in Kuwait.

«È vero. Ci sono ancora Paesi in cui le donne non hanno la propria libertà e per questo bisogna ancora lottare. Ma non possiamo fermarci solo agli aspetti negativi. Una donna yemenita ha appena vinto il Nobel per la Pace, forse dovremmo partire da qui. Dovremmo partire da Paesi come il Kuwait, dove i segnali positivi ci sono, dove tutte le religioni vengono tollerate e la società è aperta alla diversità. Il miglior esempio per le donne arabe che ancora vivono senza diritti è proprio mostrare loro che in altri Paesi vicini le cose sono cambiate».

Anche Dounia Ettaib, che da anni osserva la situazione delle donne arabe nel mondo e in Italia, sostiene che ci sono dei segnali di miglioramento per la condizione della donna nei Paesi arabi.

«Il Kuwait, ad esempio, è sicuramente un Paese dove sono stati fatti molti passi avanti negli ultimi anni, ma non è il solo. In Marocco, Tunisia, Egitto le donne stanno conquistando la parità e certamente il vento della primavera araba contribuirà ancor di più all'emancipazione femminile. Certo, ci sono Paesi dove le donne non hanno ancora la libertà, come in Arabia Saudita, Iran, Iraq, Pakistan, Afghanistan, ma i segnali positivi ci sono».

Cosa sperano di trovare, secondo te, le donne arabe che arrivano in Italia?

«Un lavoro e una condizione economica e sociale migliore. Ma non sempre è così. I dati sulle donne arabe in Italia ci dicono che oggi solo il 12% delle donne immigrate da paesi islamici ha un lavoro. Fino al 1995 le donne arabe lavoratrici erano il 57%, molte di più. Questo significa che inizialmente le donne hanno lasciato il loro Paese da sole, sono arrivate in Italia e hanno trovato un lavoro che permettesse loro di inviare dei soldi alla famiglia rimasta in patria. Avevano iniziato un processo di emancipazione. Quando, in una fase successiva, queste donne sono state raggiunte in Italia dai mariti, allora hanno smesso di lavorare e hanno ricominciato a vivere in condizioni di sottomissione».

Questo significa che non sempre le donne arabe vivono meglio in Italia che nel loro Paese d'origine?

«Sì, esatto. A volte qui vivono in condizioni peggiori, perchè sono anche meno tutelate delle donne italiane. Ci sono volte, purtroppo, in cui le donne arabe non sono tutelate nemmeno in caso di violenze domestiche: si pensa che il maltrattamento sia qualcosa che fa parte della cultura islamica, e per questo giustificabile. Non è così».

Cosa possiamo fare noi italiani per le donne arabe che vivono qui?

«Innanzitutto smettere di guardarle come se fossero diverse da tutte le altre solo perché, magari, portano il velo. Le donne islamiche sono donne come le altre. Donne che devono essere rispettate nelle loro scelte e aiutate quando si trovano in situazioni di difficoltà. Qui spesso le donne arabe sono ancora etichettate, ci sono molti pregiudizi. Si pensa alla donna dei paesi islamici come a una persona sottomessa, che vive sotto a un burqa, senza sapere che ormai, nella maggior parte dei Paesi arabi, le donne stanno conquistando l'emancipazione».

Si dice sempre che le donne arabe hanno imparato tanto dalle donne occidentali. Ma c'è qualcosa che le donne dell'Occidente, ad esempio le donne italiane, dovrebbero imparare dalle donne arabe?

«Le donne occidentali, e quelle italiane in particolare, dovrebbero imparare a piacersi. Le donne arabe si piacciono molto: che siano magre, grasse, con il naso grosso o con qualche altro difetto, le donne arabe sono consapevoli di quello che sono e si piacciono così. Questo non vuol dire che abbiamo poca attenzione per la cura del nostro corpo, anzi, siamo abituate sin da piccole all'uso di creme, scrub e altri trattamenti di questo tipo. È l'atteggiamento con cui ci approcciamo a queste cose che è diverso: non stiamo cercando di diventare più giovani, più belle o diverse da quello che siamo, stiamo solo mettendo una crema, perché sappiamo che ci fa bene. Le donne occidentali potrebbero imparare da quelle arabe a essere meno ossessionate dal loro aspetto».

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