Titanic, il racconto di Susie: «Il mio bisnonno morì nel naufragio»

di Antonella Gemma Tereo 

Nel 100esimo anniversario della tragedia, abbiamo incontrato a Belfast Susie Millar. Il suo bisnonno Thomas era un ingegnere di bordo

Antonella Gemma Tereo

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Thomas Millar, ingegnere della Harland & Wolff deceduto nel naufragio del Titanic, aveva già navigato sulla Lapland, costruita anch'essa nei cantieri nord irlandesi, quando incrociò il suo destino con quello della leggendaria nave. A 100 anni dalla tragedia, abbiamo incontrato a Belfast la pronipote Susie: ci ha raccontato la storia del bisnonno, che a soli 33 anni sfidò l'Atlantico in cerca di fortune Oltreoceano.

Raccontaci la storia del tuo bisnonno Thomas Millar dall'inizio.
«Il mio bisnonno era ingegnere di bordo presso i cantieri della H&W e partecipò alla costruzione dei motori del Titanic. Il suo sogno era quello di imbarcarsi come ingegnere meccanico e navigare. Sua moglie Jeannine morì proprio all'inizio del 1912, lasciandolo con due figli, William Ruddick, 5 anni, e Tommy Junior, 11. Pensò che imbarcandosi avrebbe potuto garantire loro un futuro migliore negli Stati Uniti».

Come riuscì a imbarcarsi?
«Fu assunto dalla White Star Line e così potè salire a bordo del Titanic. La sua mansione era quella di occuparsi delle macchine a vapore a bordo della nave. Prima di partire affidò i suoi figli alla sorella, che avrebbe dovuto occuparsi di loro solo per un paio di mesi. E invece Thomas perse la vita nel naufragio e i due bambini furono cresciuti dalla zia, insieme a 8 cugini».

Il 15 aprile ricorre il 100esimo anniversario del naufragio del Titanic. Che cosa pensi si sarebbe potuto fare per onorare le vittime del Titanic?

«A parte l'iniziativa del Titanic Belfast e il ricreare tutto con una nuova tecnologia, sarebbe stato importante fare conoscere alla gente i luoghi che fanno davvero parte della storia, come il Drawing Office, che invece sta cadendo a pezzi. Non va inoltre dimenticato il Memoriale del Titanic nel giardino della City Hall, in centro città ,che è in fase di ristrutturazione. Una volta terminato, penso che quello sarà un bel modo per ricordare le vittime della tragedia qui a Belfast».

Ha visto altri Memoriali del Titanic, magari in America?
«Sì e ho anche lavorato al Titanic Attraction in Tennesse, dove hanno ricreato la nave.
Lì tutto è stato realizzato con molto rispetto nei confronti delle vittime. In quel Memoriale ci sono anche delle reliquie della mia famiglia: due penny ancora nuovi di zecca che il mio bisnonno aveva regalato ai suoi figli prima di partire».

Due penny?
«Sì. Prima che Thomas si imbarcasse sulla nave, regalò ai figli due monetine, dicendo loro di non spenderli sino al suo ritorno. Quando avvenne la tragedia, i bambini si ricordarono della promessa e conservarono le monete, che ora si trovano temporaneamente esposte nel museo. Ma è solo un prestito».

Hai detto di aver lavorato al Titanic Attraction del Tennesse. Ora stai lavorando ancora lavorando con qualche associazione di questo genere?
«Sì, faccio parte del comitato del Titanic Society e il nostro lavoro è quello di controllare che le vicende familiari legate al naufragio del Titanic siano raccontate in maniera corretta. Ho girato tutto il mondo e raccontato la storia di Thomas Millar. Lo scorso mese sono stata in Australia, poi tra volte in America. Questo è un po' il mio lavoro, lo faccio costantemente, vado nelle scuole o dovunque si parli del Titanic».

Immagino che la gente preferisce conoscere la storia da te: se qualcun altro la raccontasse non sarebbe la stessa cosa.
«Sì, assolutamente! Hai proprio ragione. L'emozione era ancora più forte, ovviamente, quando a raccontare la storia del Titanic erano i sopravvissuti alla tragedia. L'ultima di loro, Melvina Deam, che all'epoca aveva soltanto 2 mesi, è morta 3 anni fa».

Sei in contatto con altri discendenti delle vittime del Titanic?
«Sì, ci incontriamo il 15 aprile, giorno dell'anniversario, davanti al Titanic Memorial, però a parte questo non ci sono altri contatti. Sono rimasti pochi discendenti qui a Belfast. La maggior parte ha lasciato l'Irlanda negli anni '70 e '80».

Tu invece sei rimasta a Belfast. È stato un caso oppure una scelta dettata da un legame affettivo col tuo passato?
«Prima di occuparmi di questo ero giornalista per la BBC: di lavoro ce n'era tanto, ma avevo intenzione di emigrare, andare in Australia o in Canada. Poi sono rimasta qui, dove è più viva che mai la storia del Titanic. Avevo capito che la mia vita è qui».

Come se avessi una missione?
«In un certo senso sì. Quello che faccio mantiene vivo il nome del mio bisnonno, di mio nonno e di mio padre. Amo farlo ed è molto importante per me».

 

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