Turchia, le donne in piazza per difendere il diritto all'aborto

di Francesca Porta 

Domenica 3 giugno migliaia di donne hanno protestato contro l'intenzione del governo di riformare la legge sull'aborto

Francesca Porta

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Conquistare un diritto è solo la metà del lavoro. L'altra metà è mantenerlo. Difenderlo dai cambiamenti politici e sociali, metterlo al riparo dalle ideologie partitiche, custodirlo per le generazioni successive.

Lo sanno bene le donne turche, che domenica 3 giugno sono scese in piazza, a Istanbul, per protestare contro l'intenzione del governo di modificare la legge sull'aborto approvata nel 1983. Secondo la normativa attuale, infatti, le donne hanno il diritto di scegliere di abortire fino alla decima settimana di gestazione. Oltre la decima settimana, l'aborto è vietato.

Ora il governo guidato dal partito Giustizia e Libertà vorrebbe proporre una riforma che limita il lasso temporale entro il quale è permesso interrompere la gravidanza. Invece di dieci settimane, l'aborto sarebbe concesso solo entro le quattro settimane di gestazione. In pratica, una tempistica che rende l'aborto impraticabile.

«L'interruzione di gravidanza non può essere effettuata a quello stadio della gestazione, sia per motivi tecnici che di salute della madre», ha dichiarato al quotidiano inglese The Guardian il ginecologo turco Mustafa Ziya Gunenc.

L'intenzione del governo sembrerebbe dunque essere quella di abolire il diritto all'aborto. Le ultime dichiarazioni del primo ministro Recep Tayyip Erdogan sembrano confermare quest'ipotesi: «Non c'è nessuna differenza tra uccidere un bambino già nato e un bambino che si trova ancora nell'utero». Il premier ha definito l'aborto «un omicidio» che fa parte di «un complotto» per ridurre la natalità della Turchia.

Anche il ministro della Salute Recep Akdag ha parlato in questi termini, dicendo che «anche in caso di stupro le donne dovrebbero partorire e affidare la cura del bambino allo Stato».

Le dichiarazioni del governo e le voci sull'imminente riforma della legge hanno sollevato le proteste di numerose donne (e non solo), che domenica sono scese in piazza gridando slogan come «Siamo donne, non macchine per la riproduzione» e «Giù le mani dal nostro corpo». Tugba Ozay Baki, leader del Collettivo Femminista di Istanbul, ha dichiarato: «Se l'aborto verrà abolito, le donne continueranno a farlo, ma in modo pericoloso per la loro salute».

Il dottor Gunenc è dello stesso avviso: «Prima che l'aborto diventasse legale, 250 gravidanze su 10.000 finivano con la morte della madre. Di questi 250 decessi, 225 avvenivano perché le donne cercavano di abortire con sostanze chimiche o con fili e penne di animali».

«Nessuna donna al mondo vorrebbe mai trovarsi nelle condizioni di dover abortire», ha concluso Gunenc. «Ma ogni donna dovrebbe avere il diritto di scegliere».

 

DA STYLE.IT

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