Siria, l'opposizione: «Prima via Assad, poi la transizione»

di Francesca Porta 

Il Consiglio Nazionale Siriano è disposto a scendere a compromessi nel caso in cui Assad decida di lasciare il Paese

Francesca Porta

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Foto LaPresse

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Aggiornamento delle ore 18.30:

Secondo quanto riportato dall'Ansa, il Consiglio Nazionale Siriano avrebbe smentito la notizia della propria disponibilità ad accettare una transizione guidata da un esponente del regime. Confermata, invece, la richiesta delle dimissioni del presente Assad.

In precedenza:

«Siamo pronti ad accettare un compromesso». Dopo sedici mesi di scontri, di morti e di atroci violenze, ecco arrivare dalla Siria le parole della speranza. A pronunciarle è il Consiglio Nazionale Siriano, autorità politica in esilio che si oppone al regime del presidente Assad.

«Dopo la partenza del presidente Bashar Al Assad» - ha oggi dichiarato il portavoce del Cns George Sabra - «accetteremmo il trasferimento dei suoi poteri a una figura dell'attuale governo che guidi il periodo di transizione, come avvenuto in Yemen».

Secondo quanto riportato dal sito internet del quotidiano An Nahar di Beirut, George Sabra avrebbe anche dichiarato che «nel regime ci sono alcune personalità patriottiche, così come nell'esercito ci sono ufficiali che possono svolgere un ruolo nel periodo transitorio».

In pratica, dunque, l'opposizione collaborerà con gli esponenti del regime per risolvere la crisi e aprire una nuova fase politica. A una condizione: Bashar Al Assad deve lasciare il Paese. Le dimissioni del presidente sono richieste da tempo da tutta la comunità internazionale e, in particolare, dalla Lega Araba e dall'inviato delle Nazioni Unite Kofi Annan. Ma Assad sarà disposto a fare un passo indietro? Difficile dirlo.

Intanto, i ribelli dell'Esercito siriano libero hanno rivelato che il regime starebbe «spostando le armi chimiche all'interno delle basi aeree poste nelle zone di confine della Siria». Proprio ieri il ministro degli Esteri Jihad Al Maqdisi ha dichiarato che il governo di Assad «non intende usare le armi chimiche in suo possesso per risolvere la crisi se non in caso di aggressione dall'esterno». Secondo i ribelli, invece, il regime starebbe spostando le armi proprio per «aumentare le pressioni sulla comunità internazionale».

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