Wikileaks, l'Ecuador concede asilo politico ad Assange

di Francesca Porta 

La diplomazia di Quito ha deciso: «Assange rischia di diventare un perseguitato politico se estradato dalla Gran Bretagna»

Francesca Porta

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Julian Assange - Foto LaPresse

Julian Assange - Foto LaPresse

Dopo quasi due mesi di attesa e di polemiche, l'Ecuador ha preso una decisione: Julian Assange ha diritto all'asilo politico. Secondo il governo di Quito, che ospita il fondatore di Wikileaks nella sua ambasciata di Londra dal 19 giugno, «il diritto d'asilo è un diritto umano fondamentale e fa parte del diritto internazionale».

Inoltre, ha spiegato il ministro degli Esteri ecuadoregno Ricardo Patino, «Julian Assange, se estradato dalla Gran Bretagna, rischia di diventare un perseguitato politico». Patino, ovviamente, si riferisce alla possibilità che l'informatico australiano possa essere estradato non solo in Svezia (dove è accusato di aggressione sessuale nei confronti di due donne, ma soprattutto negli Stati Uniti, dove è indagato per spionaggio (reato punibile con la pena di morte).

L'accusa di spionaggio risale al 2010, quando sul sito internet da lui fondato, Wikileaks, Assange aveva diffuso migliaia di documenti diplomatici americani strettamente riservati. Il timore del governo ecuadoregno (e dunque il motivo per cui ha concesso l'asilo) sembra essere quello che negli Usa l'informatico possa essere giudicato in un processo ingiusto, prettamente politico.

Nel tentativo di evitare questa possibilità, l'Ecuador ha innanzitutto chiesto alla Svezia la promessa di non estradizione di Assange negli Usa. Promessa che il governo svedese si è rifiutato di esprimere. La richiesta della Svezia è quella di processare Assange per i reati commessi sul proprio suolo (l'uomo ha sempre respinto le accuse, parlando di rapporti consensuali con le due donne). Su cosa fare dopo, non ha mai fornito garanzie.

L'Ecuador, dunque, ha deciso di concedere l'asilo politico. Scelta che, com'era prevedibile, ha provocato la reazione infuriata della Gran Bretagna, che aveva già autorizzato l'estradizione di Assange. «Il Regno Unito ha l'obbligo giuridico di estradarlo», ha spiegato un portavoce del Foreign Office inglese. «Rimaniamo determinati a rispettare tale obbligo e se ci arrivasse una richiesta di salvacondotto, la rifiuteremmo».

La vicenda ha creato dunque non poca tensione tra la Gran Bretagna e il governo di Quito. L'Ecuador ha denunciato la «minaccia» ricevuta dalle autorità britanniche di «entrare nell'ambasciata per arrestare Assange». Cosa che il Regno Unito potrebbe fare in virtù di una legge del 1987.

Alle dichiarazioni inglesi, il ministro Patino ha replicato: «L'ingresso non autorizzato di qualsiasi autorità britannica nell'ambasciata sarà considerata una violazione delle norme Onu. L'Ecuador non è certo una colonia del Regno Unito».

La reazione più positiva, ovviamente, è stata quella di Julian Assange: «Non è stata la Gran Bretagna o il mio paese, l'Australia, che mi hanno difeso dalla persecuzione ma una nazione latino-americana coraggiosa e indipendente. Quella di oggi è una vittoria storica».

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