Paralimpiadi, la sfida di Paola Protopapa

di Romina Vinci 

Nel 1987 Paola ha perso l'uso del braccio sinistro in un incidente d'auto. Ora partecipa alla sua terza Paralimpiade, sperando di regalare all'Italia una medaglia

Romina Vinci

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Paola Protopapa - Foto di Romina Vinci

Paola Protopapa - Foto di Romina Vinci

Un sorriso puro e genuino, una bontà d'animo traspare dallo sguardo limpido e un fisico asciutto che trae in inganno, nascondendo i suoi 47 anni. Paola Protopapa è pronta per portare in alto il tricolore alle Paralimpiadi di Londra. Gareggerà nel team della vela, nel ruolo di prodiere, insieme a Massimo Dighe e Antonio Squizzato. Lei che nel 2008 a Pechino ha conquistato l'oro nel canottaggio, debutterà come velista.

Ma è solo l'ultima sfida di una vita in salita: un incidente d'auto a 22 anni l'ha privata dell'uso del braccio sinistro, ma non le ha tolto la grinta e la voglia di lottare. Nè quella di sorridere. E se la passione per lo sport può esser considerata il filo conduttore della sua vita, Paola lo devo a suo padre: «È stata la mia luce sportiva: campione italiano di nuoto, giocatore di calcio, tennista agonistico. È come se avesse sempre avuto in mano la fiaccola». Ma Paola Protopapa è anche una donna e una mamma che ha cresciuto da sola una figlia, Giulia, che oggi di anni ne ha 23. Ed è per lei e per tutti i giovani, che l'atleta romana serba i suoi sogni.

Era il 1987 quando un incidente d'auto cambiò la tua vita: avevi 22 anni e perdesti irrimediabilmente l'uso del braccio sinistro. Qual è il primo ricordo che affiora nella tua mente?

«Ho trascorso i primi due anni in ospedale, sottoponendomi a vari interventi. Ricordo che non piangevo mai. Non volevo accettare quel che mi era successo. Mi ripetevo che non era nulla, però non potevo più usare un braccio, e quindi sì, qualcosa era accaduto».

Dove hai trovato la forza per rimetterti in gioco?

«Mi son buttata su uno sport in cui non dovevo usare le braccia. Così ho iniziato a correre. Poi son stata coinvolta nello sport diversamente abile, ed è partita la mia nuova avventura».

Come vivi la tua disabilità?

«Bene, anche se ci sono delle cose "stupide" che mi pesano. Ad esempio, non sopporto l'idea di non riuscire a farmi la coda, di non poter spalmare la crema sul braccio destro, e di dover usare le pentole con un manico».

Quella di Londra sarà per te la terza partecipazione alle Paralimpiadi. Nella prima, Pechino 2008, hai conquistato l'oro nel canottaggio: quale immagine porti dentro?

«Sicuramente il dopo Olimpiadi, perché con una medaglia puoi essere portavoce di quello che sei. E se la tua missione è quella di fare sport, con la medaglia al collo riesci a portarla avanti. Sono stata nelle scuole, ho incontrato tanti ragazzi ed ho provato a trasmettere loro i miei valori».

Nel 2010 centri l'impresa: qualificarti all'edizione invernale dei Giochi di Vancouver in una disciplina, sci di fondo, che ti era nuova. È vero che la forza di volontà supera tutto?

«Quando mi hanno chiesto di provare ho pensato che erano matti: non avevo mai fatto in vita mia sci di fondo. Però è una disciplina fisiologicamente simile al canottaggio, io avevo una buona intelligenza motoria, dovevo soltanto imparare bene il gesto tecnico. Ho deciso di tentare. Gli allenamenti son stati duri, ma ce l'ho  fatta, superando persino le ventenni ucraine e russe».

Come si fa sci da fondo senza un braccio?

«Hai una sola racchetta, spingi tanto, e con una gamba fai il doppio del lavoro».

Londra 2012 ti vede alle prese ancora con un debutto, questa volta come velista. Qual è il messaggio che si cela dietro la tua ennesima sfida?

«La capacità di cambiare rispetto alla necessità di farlo. Partecipare alle Paralimpiadi con tre discipline diverse non vuol dire che io sia brava in tutte e tre, però la necessità fa virtù, e allora se bisogna cambiare bisogna farlo con tutte le proprie forze. È un discorso da estendere alla vita di tutti i giorni. È vitale trovare il lato positivo in ogni lavoro che uno andrà a svolgere, e non è utopia. Perché se non lo fai muori».

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