Afghanistan, la voce delle donne italiane in divisa

di Romina Vinci 

Sono tante le donne italiane arruolate nell'esercito. Noi ne abbiamo incontrate alcune in Afghanistan per farci raccontare cosa si prova a essere donne e militari allo stesso tempo

Romina Vinci

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Foto Courtesy of Regional Command West

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Sono militari, ma ancor prima donne. Fanno parte della Brigata alpina Taurinense e  le incontriamo ad Herat, in Afghanistan, dove sono impegnate, dal 14 settembre scorso, nell'ambito della missione ISAF.

Sono donne preparate, molto preparate, non hanno avuto sconti in virtù di quel 7% di quote rosa che rappresentano all'interno delle forze armate. Per alcune si tratta della prima missione all'estero, ma la maggior parte già si definisce veterana per l'esperienza maturata. Vogliono essere chiamate soldati ed un po' si indispettiscono quando vengono interrogate su cosa significhi, per una donna, vestire la divisa ed essere in Afghanistan: «Ha lo stesso significato per gli uomini, siamo preparate e veniamo trattate allo stesso modo».

A parlare è il caporale Laura Romeo, appartenente all'unità che garantisce la sicurezza di Camp Arena, sede del comando della regione ovest dell'Afghanistan a guida italiana. Ogni giorno, insieme ai suoi colleghi, monta di servizio ai punti di accesso e svolge pattuglie sul perimetro della base, a piedi e sui blindati Lince. «L'unica immagine che molti afghani hanno dell'Italia siamo noi, abbiamo una bella responsabilità, e ne siamo consapevoli» afferma. Poi puntualizza: «Il ruolo delle donne in divisa è valorizzato in un Paese in cui la cultura locale non vede di buon occhio i contatti tra persone di sesso differente. Coinvolgere le donne nelle attività a favore della popolazione come visite mediche, sopralluoghi negli orfanotrofi e all'ospedale pediatrico sarebbe stato impossibile senza una componente femminile in divisa».

A farle da eco anche il caporal maggiore scelto Venusia Fusco, che fa parte del FET (Female Engagement Team) e passa molto del suo tempo a contatto con la gente del posto. Spesso, quando è in giro per la città o entra nei luoghi pubblici, si copre il capo con un velo: «Come ogni donna occidentale sono contraria a questa usanza» - dice - «ma devo ammettere che serve, e non perché lo vogliono gli uomini, ma perché consente di abbattere i muri con le donne. Quando ho il velo le ragazze si avvicinano, mi salutano, mi parlano, sono come loro».

Qual è il ricordo più bello di questi mesi trascorsi ad Herat? Prende la parola il primo caporal maggiore Sara Crivellari, addetta alla cellula Pubblica Informazione.  Dapprima ci pensa un po', poi  sorride e racconta: «L'incontro con i bambini. Sono bambini diversi rispetto ai nostri canoni, perché non hanno niente e ridono tutto il giorno, giocano con niente, si stupiscono di fronte ad un pallone sgonfio. Si tolgono le scarpe per giocare a calcio perché non sono abituati».

E il più brutto? A rispondere questa volta è il primo caporal maggiore Teresa Russo, alla sua terza missione in Afghanistan. Teresa, che nel suo plotone svolge gli incarichi di radiofonista e soccorritore militare, torna con la mente al maggio 2010, quando il mezzo blindato su cui viaggiava è saltato su un ordigno esplosivo improvvisato: «In un primo momento ho provato un grande senso di impotenza. Poi però è venuto fuori l'addestramento svolto in precedenza e per fortuna ora sono qui a raccontarlo».

Ma vale ancora la pena sacrificare la propria vita all'idea di nazione? «Sì, assolutamente sì», risponde Sara con forza. La stessa fermezza traspare nelle parole di Laura, che aggiunge: «Nazione sono i colleghi che escono con te in pattuglia, il tenente che non ha dormito la notte per pianificare il percorso, la famiglia che hai salutato e rivedrai dopo sei mesi. Sembra retorica, ma una volta qui la prospettiva cambia».

Dietro la corazza si nascondono le fragilità e inquietudini tipiche delle donne della loro giovane età. Molte hanno un partner che le aspetta in Italia. «Anche il mio fidanzato è militare e questo ci aiuta» - confida Teresa - «sa cosa vuol dire questa professione e quali sacrifici comporti». Anche Sara è dello stesso avviso. Sognano di diventare madri, e non le spaventa il riuscire a coniugare la vita militare con il desiderio di maternità. «L'esercito viene incontro a queste necessità» - assicura Laura - «con permessi e licenze ad hoc non solo per le mamme ma anche per i papà».

Ma da dove nasce la passione per la divisa? «Ho una sorella dieci anni più grande di me» - racconta Venusia -  «lei voleva fare il militare ma non ha potuto. Sono cresciuta con lei, a lei devo questa voglia di partire». Anche Sara è sempre stata affascinata dalla divisa, ma confessa: «Non lo dovrei dire, ma da piccolina sarei voluta diventare un carabiniere». Segue una lunga risata collettiva, tutte  ridono a crepapelle, la goliardia tra le forze armate non passa mai di moda. Sguardo all'orologio, la pausa break è terminata, è ora di tornare ai propri ruoli e mansioni, decise  più che mai ad onorare e portare in alto quel qualcosa chiamato tricolore.

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