Articolo 18,
perché la Cgil è contraria

di Francesca Porta 

Oggi pomeriggio nuovo incontro tra il governo, i sindacati e le parti datoriali sulla riforma del lavoro

Francesca Porta

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Foto LaPresse

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Sedici ore di sciopero generale: otto ore in una giornata di mobilitazione nazionale e altre otto ore di assemblee locali. È ufficiale: la Cgil è sul piede di guerra. Come ha dichiarato ieri il segretario generale Susanna Camusso, il sindacato porterà avanti la lotta per la difesa dell'articolo 18, contro «i licenziamenti facili» e «le bugie del governo».

Dopo l'incontro di martedì tra esecutivo e parti sociali sulla riforma del lavoro, la Cgil è stata subito chiara: c'è un'intesa di massima sulla bozza del testo per quanto riguarda la lotta alla precarietà, ma i punti di vista divergono invece quando si tratta dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

La Cgil è contraria alla revisione dell'articolo 18 così come proposta dal governo. E Pierluigi Bersani, segretario del Partito Democratico, le fa eco: «Non va bene, va corretta in Parlamento. Il Pd si prenderà la briga e la responsabilità di trovare una strada per cambiare, per andare avanti, non indietro». Ma cos'è che non convince la Cgil e che lascia perplesso il Pd?

Allora: oggi l'articolo 18 prevede che, in caso di licenziamento senza giusta causa, l'azienda versi un indennizzo economico al lavoratore e lo reintegri nel posto di lavoro. La proposta del governo rivede la norma differenziandola a seconda del tipo di licenziamento:

1- in caso di licenziamento per motivi discriminatori, restano previsti sia il reintegro che il risarcimento;

2- in caso di licenziamento per motivi economici, resta solo l'indennizzo, non il reintegro sul posto di lavoro;

3- in caso di licenziamento per motivi disciplinari, sarà il giudice a decidere di volta in volta per il risarcimento o il reintegro (è il "modello tedesco").

Il timore di Cgil e Pd è che il secondo caso, cioè il licenziamento per motivi economici, possa aprire la strada a una serie di licenziamenti senza giusta causa. Se, infatti, l'azienda che licenzia senza giusta causa per motivi economici sarà punibile solo con l'obbligo di un risarcimento al lavoratore (e non con il reintegro) e senza la possibilità della mediazione del giudice (com'è invece previsto per i motivi disciplinari e com'è uso in Germania anche per i licenziamenti economici), allora perché, dal punto di vista dell'azienda, non usare sempre il "motivo economico" per licenziare?

Anche se in realtà fosse un licenziamento discriminatorio o disciplinare, sarebbe molto più semplice e meno rischioso per l'azienda addurre la motivazione economica. Che, tra l'altro, comprende una serie infinita di motivazioni: non solo lo stato di crisi, che vuole il licenziamento collettivo, ma anche la soppressione della mansione a cui era addetto il lavoratore, l'introduzione di macchinari che fanno risparmiare sulla forza lavoro umana, l'affidamento dei servizi a imprese esterne, e altro ancora.

In tutti questi casi (che certo possono essere anche "presi come scusa" per licenziare un dipendente poco gradito o, ad esempio, in maternità), l'azienda potrebbe procedere a licenziare e, se riconosciuta colpevole di un licenziamento senza giusta causa, sarebbe costretta solo a sborsare un indennizzo.

Secondo la Cgil, il pericolo di una raffica di licenziamenti senza giusta causa c'è. E lo ritiene un pericolo concreto. È questo, probabilmente, uno degli argomenti che saranno più discussi nell'incontro (che dovrebbe essere conclusivo) di questo pomeriggio a Palazzo Chigi tra il governo e le parti sociali.

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>>Oltre l'articolo 18: gli altri punti della riforma

http://www.style.it/news/dall-italia/2012/03/20/lavoro--nuovo-incontro-giovedi--sindacati-divisi-sull-articolo-18.aspx
 

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