Caso Orlandi, nella tomba di De Pedis anche altri resti

di Francesca Porta 

Aperta la tomba del boss della Banda della Magliana: ci sono i suoi resti, ma non solo. Nella nicchia sono state trovate anche altre ossa

Francesca Porta

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Foto AP/LaPresse

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«Oggi è stato fatto un passo importante per risolvere un mistero che va avanti da anni. Forse dopo tanto tempo c'è la volontà di fare chiarezza». Sono queste le parole con cui Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, ha commentato l'apertura della tomba del boss della Banda della Magliana Enrico De Pedis tumulata nella basilica di Sant'Apollinare, a Roma.

Quest'oggi, infatti, in tarda mattinata, i tecnici della Scientifica hanno aperto la tomba di De Pedis per esaminare i resti al suo interno. Secondo quanto rilevato dai primi accertamenti esterni, il corpo nella bara è quello del boss della Magliana ucciso nel 1990 in un regolamento di conti, ma i suoi non sono gli unici resti ritrovati.

Nella cripta dov'era posta la sua bara, infatti, sarebbe stata ritrovato un ossario con all'interno i resti di un'altra persona. I tecnici procederanno ad analizzare le ossa per capire a chi appartengono.

L'ispezione si è svolta in accordo tra Procura e Vaticano nell'ambito dell'inchiesta del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo sul caso della cittadina vaticana Emanuela Orlandi, scomparsa a quindici anni in circostanze misteriose il 22 giugno del 1983.

La decisione di riaprire la tomba è arrivata in seguito alla testimonianza dell'ex compagna di De Pedis, Sabrina Minardi, che rivelò che a sequestrare Emanuela fu proprio il boss, e una telefonata a Chi l'ha visto del 2005 in cui gli investigatori erano stati invitati a ispezionare la tomba. Secondo il fratello della ragazza, Pietro Orlandi, a smuovere le acque è stata anche la petizione rivolta al Papa firmata da 82 mila persone.

«Emanuela è stata rapita non perché fosse Emanuela, ma perché cittadina vaticana», ha dichiarato Pietro Orlandi. «Se la Banda della Magliana ha mai avuto un ruolo è stato solo quello di manovalanza. I mandanti sono stati sicuramente altri, altrimenti non si spiegherebbe un silenzio di 29 anni da parte delle istituzioni».

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