La storia di Sylvie:
dalla richiesta di asilo
all'apertura di una sartoria

di Francesca Porta 

Alcuni anni fa Sylvie è stata costretta a scappare dal Camerun e ad abbandonare la sua famiglia. Ora ha una sartoria tutta sua nel centro di Milano

Francesca Porta

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Sylvie Valtan Toukem Djoufack

Sylvie Valtan Toukem Djoufack

Sylvie ha sempre avuto un sogno nel cassetto: aprire una sartoria. Sin da ragazzina, Sylvie ha vissuto con le forbici in mano e con il piede puntato sul pedale della macchina da cucire. Ha studiato, ha fatto sacrifici, ha lavorato sodo, ma nella città dov'è nata, in Camerun, non è riuscita a realizzare il suo sogno. Anzi, è stata costretta a scappare, abbandonare la sua famiglia e chiedere asilo e protezione in altri Paesi. La vita è stata dura con lei. A soli 35 anni, Sylvie ha già vissuto così tanti dolori e preoccupazioni da bastare per almeno tre persone. Eppure, a volte, la vita ti ripaga per le sofferenze subite. Ti invia un aiuto, una possibilità di ricominciare, un'occasione di rivalsa. A Sylvie è successo. Pochi giorni fa l'abbiamo incontrata nella sua sartoria di via Piero della Francesca, a Milano. Tra stoffe colorate, macchine da cucire e cartamodelli, Sylvie aveva il sorriso di chi ha realizzato un sogno.

Sylvie, perché sei scappata dal Camerun? Cos'è successo?
«Sono scappata nel 2006. Allora lavoravo in una sartoria, ero sposata e avevo tre figli piccoli. I problemi sono iniziati quando la signora per cui lavoravo ha scoperto che mi interessavo di politica e che, in particolare, le mie idee non erano affini al partito che in quel momento era al potere, ma a quello di opposizione. Dopo aver cercato di convincermi a cambiare idea, mi ha licenziato. Non solo, mi ha anche denunciato alla polizia come oppositrice del governo. Alcuni poliziotti sono venuti a prendermi, mi hanno minacciato e picchiato. Allora ero incinta e, a causa delle violenze, ho perso il bambino».

A quel punto l'unica soluzione era scappare?
«Esatto. Ormai ero stata segnalata come oppositrice, e rimanere avrebbe significato subire altre violenze e forse anche mettere in pericolo la mia famiglia. Grazie a mio padre, che aveva una conoscenza all'interno della polizia, sono riuscita a passare il confine e ad arrivare in Gabon. Ho dovuto separarmi dai miei genitori, da mio marito e dai miei figli. Sono partita senza sapere se li avrei mai rivisti. Se sarei sopravvissuta».

Poi cos'è successo? Come sei arrivata in Italia?
«In Gabon ho incontrato delle persone che erano dirette in Italia, e mi sono aggregata a loro. Il viaggio è stato lungo e costoso e, quando siamo arrivati a Milano, queste persone si sono dileguate con tutti i miei soldi e i miei documenti. Era l'ottobre del 2006. Sono rimasta due giorni e due notti in Stazione Centrale senza sapere dove andare o cosa fare. Allora non conoscevo l'italiano e non riuscivo a comunicare. Poi ho incontrato un ragazzo, anche lui originario del Camerun, che mi ha consigliato di andare in Questura. Così ho fatto e sono entrata in contatto con il Comune di Milano e con il Servizio Immigrazione: ho raccontato la mia storia e mi hanno riconosciuto il diritto di asilo per motivi umanitari».

Qual è stato il passo successivo?
«Mi hanno assegnato un posto letto al Centro Diurno Rifugiati "Il Filo dell'Aquilone". Si tratta di un centro, gestito dalla cooperativa Farsi Prossimo Onlus, in cui vengono accolti gli stranieri richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale, sussidiaria e umanitaria. È stato lì che ho ricominciato a vivere. Quando sono arrivata al Centro, mi hanno accolto come se mi stessero aspettando. Mi sono subito sentita al sicuro, protetta. Sapevo di avere vitto e alloggio gratuito per un anno, e questo mi ha dato la serenità per ricominciare. Ho subito iniziato a seguire i corsi e i laboratori proposti dal centro: lingua italiana, informatica, educazione civica. Poi, grazie a una borsa lavoro del Comune di Milano, ho trovato uno stage di sei mesi in una piccola sartoria».

E com'è andata?
«Bene. Finalmente avevo ricominciato a lavorare. In una sartoria, per di più. Avrei fatto qualsiasi lavoro pur di riuscire a integrarmi, a pagare l'affitto di un appartamento, a raggiungere la mia indipendenza. Essere in una sartoria è stato fantastico. Dopo lo stage, mi hanno offerto un contratto e io ho accettato, ma subito dopo mi sono resa conto che era pagato troppo poco per permettermi di vivere dignitosamente. Ho quindi trovato un altro lavoro, sempre in una sartoria, dove sono stata per tre anni. Alla scadenza del mio periodo di asilo al Centro Diurno Rifugiati, sono riuscita a trovare un piccolo appartamento e a pagare l'affitto».

Intanto sei riuscita a contattare tuo marito e i tuoi figli?
«Sì. Per il primo anno non sono riuscita a rintracciarli, ma poi siamo sempre rimasti in contatto. Ho lavorato tanto per riuscire a ricongiungere tutta la famiglia. L'anno scorso sono arrivati qui mio marito e la mia bambina più piccola, che ora ha 8 anni. Gli altri due ragazzi (11 e 13 anni) arriveranno presto a Milano: stiamo solo aspettando i documenti per il ricongiungimento familiare».

Quando hai deciso di aprire una tua sartoria? E perché?
«Mettermi in proprio è sempre stato il mio sogno. Avere la mia attività e gestirla autonomamente era un desiderio che mi portavo nel cuore da tempo. Non è stato facile, questo è certo. Ho dovuto lavorare sodo e rinunciare a molto per riuscire a mettere da parte i soldi necessari all'avvio del negozio. Ma non sono affatto pentita. Ho realizzato il mio sogno. E so che non ce l'avrei mai fatta senza l'aiuto delle persone che ho incontrato qui, a partire dal Centro Diurno Rifugiati. Loro mi hanno accolto e mi hanno dato la possibilità e gli strumenti per ripartire. Non smetterò mai di ringraziarli. Qui ho trovato una nuova vita. In quella vecchia non avrei mai potuto nemmeno immaginare di aprire una sartoria a Milano. E invece, eccoci qua».

 

 

Per info sulla sartoria di Sylvie:
Sylvie Couture - Abiti su misura e riparazioni
di Sylvie Valtan Toukem Djoufack
via Piero della Francesca, 42 - 20154 Milano

Per info sul Centro Diurno Rifugiati "Il filo dell'aquilone":
(presente con sei strutture a Milano, per un totale di 300 posti letto)
Via San Cristoforo, 3 - 20144 Milano
Tel: 0247718876 - Email: cd.rifugiati@farsiprossimo.it

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