Alessandra Kustermann, una donna per
la Lombardia

di Francesca Porta 

Primario di ginecologia e ostetricia della clinica Mangiagalli, la dottoressa Kustermann è ora candidata alle primarie del centrosinistra per la Regione

Francesca Porta

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Alessandra Kustermann

Alessandra Kustermann

Una donna, una mamma, una dottoressa, una cittadina impegnata nel sociale. Alessandra Kustermann è tutto questo, e anche di più. È il primario di ginecologia e ostetricia della clinica milanese Mangiagalli ed è la fondatrice del Centro contro la Violenza Sessuale e del Centro contro la Violenza Domestica. Ora, insieme a Umberto Ambrosoli e Andrea Di Stefano, è candidata alle primarie del centrosinistra per la Regione Lombardia.

Da sempre impegnata per la tutela delle donne e dei più deboli, la dottoressa Kustermann ha collaborato in molte occasioni con la politica e le istituzioni, sia in ambito regionale che a livello nazionale ed europeo. Si descrive come una «cittadina fra i cittadini» e «una donna con valori forti e con un cuore che batte da anni per il centrosinistra». In vista dell'appuntamento regionale con le primarie (il 15 dicembre), le abbiamo chiesto di parlarci meglio delle sue idee e dei suoi progetti per la Lombardia.

Quali sono i principi fondamentali del suo programma elettorale?

«Il punto di partenza sono i diritti scritti nella nostra bellissima Costituzione: la salute e la scuola, il lavoro e la parità. Nel campo della sanità e dell'istruzione sono convinta che prima debba venire il pubblico, poi il privato: i contributi alle scuole private, ad esempio, vanno elargiti solo dopo aver garantito adeguate risorse alle scuole pubbliche. Per quanto riguarda il tema della parità, voglio lavorare per creare nuove opportunità per i giovani e pari possibilità per uomini e donne. L'obiettivo è quello di valorizzare il merito. Ultimo, ma ugualmente importante, è il tema della legalità e la trasparenza, condizioni irrinunciabili e imprescindibili per fare buona politica».

Parliamo di un ambito che conosce bene, quello della sanità. Cosa andrebbe migliorato in Lombardia?

«Sono tante le cose da fare. Bisogna ridisegnare l'intera offerta sanitaria: ridurre i centri di spesa, mettere in rete servizi territoriali polifunzionali, concentrare le eccellenze. Questo significa, innanzitutto, diminuire il numero delle aziende: l'ideale sarebbe una ASL per Provincia e sette grandi aziende ospedaliere dove si concentrino tutti gli attuali ospedali. Così eviteremmo sprechi e doppioni. Nei miei progetti, inoltre, c'è la realizzazione delle "case della salute e della cittadinanza": l'idea è quella di recuperare vecchi ospedali, ambulatori o spazi industriali in disuso per trasformarli in centri di fruizione dei servizi. In queste case ci sarebbero dei poliambulatori (punti prelievo, consultori familiari e ambulatori specialistici), ma anche diversi sportelli comunali (anagrafe, servizi sociali, assistenza disabili, orientamento al lavoro, ecc...), una banca, un ufficio delle Poste, spazi gioco per i bambini, associazioni di volontariato e uno spazio dedicato agli anziani. Sarebbero edifici dove il cittadino può fruire di tutti i servizi importanti».

Un'ampia parte del suo programma è ovviamente dedicato alle donne e alla parità di genere. Cosa pensa delle quote rosa?

«Credo che sia un'espressione odiosa, che indica una concessione, un gentile regalo fatto alle donne solo in quanto donne. La parità di genere non è questo. È dare le stesse opportunità a parità di merito. Ho promesso, è vero, di riservare alle donne il 50% dei posti a tutti i livelli del governo regionale, delle macchina amministrativa e delle società partecipate, ma la condizione primaria sarà sempre il merito. Questi posti saranno riservati a donne con competenze, capacità e curriculum pari a quelle dei candidati uomini. L'obiettivo è quello di dare alle donne eguali possibilità di carriera, non di creare un finto equilibrio numerico».

La mancata parità di genere è un problema anche al di fuori del mondo politico, nella vita di tutti i giorni. Cosa si può fare per tutelare le donne in questo senso?

«L'articolo 37 della Costituzione dice che donne e uomini, a parità di posizione, devono percepire lo stesso salario. Oggi non è così (anche quando la donna è più qualificata del collega uomo) e questa a mio parere è la prima cosa su cui lavorare. Basti pensare all'alto numero di donne che lasciano il lavoro dopo la maternità: in parte è una scelta, in parte è il fatto che la maggior parte del lavoro domestico pesa sulle donne, ma in parte è anche perché, quando una coppia si trova a dover rinunciare a uno stipendio, si sceglie spesso di penalizzare la donna, anche perché guadagna meno. Bisogna quindi promuovere la parità di salario, la conciliazione dei tempi di vita e lavoro e una più equa ripartizione delle responsabilità familiari. Servono inoltre incentivi per lo sviluppo dell'imprenditoria femminile e il potenziamento dell'assistenza ai bambini e agli anziani».

Nel suo programma parla anche della necessità di usare un "linguaggio corretto" sotto il profilo del genere. Cosa intende?

«La parità di genere è sì una questione pratica (riguarda il lavoro, gli stipendi, la famiglia), ma è anche e soprattutto una questione di mentalità. Vorrei non sentire più aggettivi sessuali usati in modo scorretto o complimenti svilenti. Ci sono commenti, ai quali siamo più che abituate, che nessuno si sognerebbe mai di rivolgere a un uomo. Commenti sulla bellezza, o in generale sull'aspetto, che non ci descrivono affatto o che ci raccontano in modo limitato. Perché, in ambito lavorativo e istituzionale, vorremmo sentir parlare delle nostre capacità professionali e delle nostre qualità caratteriali. Dei nostri meriti. Sono convinta che un cambiamento vero parta anche dal linguaggio».

Per saperne di più:

www.alessandrakustermann.it

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