Monti: «Mi dimetto dopo la legge di stabilità»

di Francesca Porta 

Dopo la sfiducia del Pdl, il premier ha incontrato il presidente della Repubblica e ha espresso l'intenzione di rassegnare le dimissioni non appena saranno state approvate le leggi di stabilità e di bilancio

Francesca Porta

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Nella serata di sabato 8 dicembre il premier Monti è salito al
Quirinale per parlare con il presidente della Repubblica Napolitano
- Foto AP/LaPresse

Nella serata di sabato 8 dicembre il premier Monti è salito al Quirinale per parlare con il presidente della Repubblica Napolitano - Foto AP/LaPresse

«Mi dimetto, è impossibile continuare così». La decisione del premier Mario Monti sembra irrevocabile. A tredici mesi di distanza dall'insediamento del governo tecnico, il presidente del Consiglio non ha più la fiducia del Pdl (che negli scorsi giorni non ha votato la fiducia a due provvedimenti) e in queste condizioni non intende andare avanti.

Nella serata di sabato 8 dicembre, a borse chiuse, Mario Monti è salito al Quirinale per incontrare il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Dopo due ore e mezza di colloquio, il Colle ha diffuso un comunicato: «Il presidente del Consiglio ha rilevato che la dichiarazione resa ieri (venerdì 7 dicembre, ndr) in Parlamento dal segretario del Pdl Angelino Alfano costituisce, nella sostanza, un giudizio di categorica sfiducia nei confronti del Governo e della sua linea di azione. Il presidente del Consiglio non ritiene pertanto possibile l'ulteriore espletamento del suo mandato e ha di conseguenza manifestato il suo intento di rassegnare le dimissioni».

«Il presidente del Consiglio accerterà quanto prima» - si legge ancora sulla nota - «se le forze politiche che non intendono assumersi la responsabilità di provocare l'esercizio provvisorio (rendendo ancora più gravi le conseguenze di una crisi di governo, anche a livello europeo) siano pronte a concorrere all'approvazione in tempi brevi delle leggi di stabilità e di bilancio. Subito dopo il presidente del Consiglio provvederà, sentito il Consiglio dei Ministri, a formalizzare le sue irrevocabili dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica».

Le intenzioni di Monti sono chiare: approvare subito la legge di stabilità e il bilancio, così da evitare lo spettro di un esercizio provvisorio, e poi le dimissioni. Secondo le prime previsioni, il premier potrebbe dimettersi già prima di Natale e le elezioni potrebbero svolgersi il 24 febbraio o il 3 marzo.

L'annuncio ha provocato tante, e diverse, reazioni. Il primo commento è arrivato dal segretario del Pd Pierluigi Bersani: «Di fronte all'irresponsabilità della destra, che ha tradito l'impegno assunto un anno fa davanti al Paese aprendo di fatto la campagna elettorale, Monti ha risposto con un atto di dignità che rispettiamo profondamente», ha dichiarato il candidato premier del centrosinistra. «Siamo pronti a operare per l'approvazione nei tempi più rapidi della legge di stabilità».

Il leader dell'Udc Pierferdinando Casini ha affidato a Twitter la sua valutazione («Chi pensava di costringere Monti a galleggiare, ora è servito»), così come ha fatto anche, con toni e contenuti molto diversi, Roberto Maroni: «Monti si dimette, evviva! Fine dell'anomalia democratica. Bravo Alfano, avanti così, fino in fondo».

Da parte sua, Angelino Alfano, ha commentato: «Siamo prontissimi a votare il disegno di legge di stabilità, stringendo i tempi. Anche qui sta la nostra responsabilità, esattamente come avevamo preannunciato al presidente della Repubblica e formalmente affermato in Parlamento. Noi ci siamo». Nella stessa giornata, l'ex premier Silvio Berlusconi ha ufficializzato la sua candidatura: «Torno in campo, e torno per vincere».

Il quadro è chiaro, ma restano alcuni interrogativi. Siamo di fronte a una campagna elettorale bipolarizzata, nella quale a sfidarsi saranno Bersani e Berlusconi? Oppure Mario Monti, presto libero del ruolo istituzionale, deciderà di candidarsi alla guida di una coalizione di centro? E, soprattutto, quanto tutto questo peserà sulla stabilità economica italiana? Perché la domanda più temibile, si sa, è una sola: come reagiranno i mercati lunedì mattina?

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