Addio a Giulio Andreotti

di Francesca Porta 

Il senatore a vita democristiano, sette volte presidente del Consiglio, è morto questa mattina nella sua casa romana. Aveva 94 anni

Francesca Porta

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Giulio Andreotti, uno degli esponenti più importanti della politica italiana, è morto questa mattina nella sua casa di Roma. Aveva 94 anni e da tempo soffriva di problemi respiratori. Il controverso senatore a vita ha dominato la scena politica italiana dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino ai giorni nostri: sette volte presidente del Consiglio, otto volte ministro della Difesa, cinque volte ministro degli Esteri, due volte delle Finanze, del Bilancio e dell'Industria, una volta ministro del Tesoro e una ministro dell'Interno, è stato in Parlamento dal 1945 a oggi.

Nato il 14 gennaio 1919 a Roma, Andreotti iniziò giovanissimo la sua carriera politica. Dopo la laurea in giurisprudenza conseguta nel 1941, a ventidueanni fu eletto presidente della Federazione Universitaria Cattolica Italiana e nel 1944 diventò membro del Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana.

Nel 1946 si candidò, con l'incoraggiamento di De Gasperi, all'Assemblea Costituente e venne eletto. Nel 1948 fu eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati, dove fu sempre riconfermato fino al 1987. Per tutti i governi De Gasperi e poi anche durante il governo Pella (fino dunque al 1954), Andreotti ricoprì il ruolo di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. In questa veste firmò alcuni importanti atti costitutivi della Repubblica Italiana, ad esempio il decreto che adottò l'Inno di Mameli come inno nazionale.

Nel 1954, per la prima volta, ricoprì la carica di ministro dell'Interno; successivamente diventò ministro delle Finanze. Nel 1960 si occupò, in qualità di presidente del comitato organizzatore, di coordinare le Olimpiadi di Roma. Nei primi anni sessanta fu ministro della Difesa e fu coinvolto nello scandalo dei fascicoli SIFAR (una vasta raccolta di dossier su molte personalità italiane ordinata dal generale missino De Lorenzo).

Diventò per la prima volta presidente del Consiglio nel 1972, incarico che reggerà, alla guida di due esecutivi, fino al 1973. Dal 1974 al 1976, nei governi guidati da Aldo Moro, Andreotti ricoprì il ruolo di ministro del Bilancio.

In quegli anni Andreotti fu scelto per guidare il compromesso storico: l'idea di Berlinguer, Moro e Fanfani era quella di formare un esecutivo di coalizione tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano.

Nel giorno dell'insediamento del governo Andreotti (16 marzo 1978), Aldo Moro fu rapito dalle Brigate Rosse e, poco tempo dopo (il 9 maggio), ucciso. Il ruolo di Andreotti nella gestione del sequestro Moro è fortemente controverso. Rifiutò ogni trattativa con i terroristi in nome della ragion di Stato, sposando la linea della fermezza e scatenando forti critiche contro di lui da parte della famiglia dello statista rapito.

Nel 1983, durante il primo governo Craxi, Andreotti fu nominato ministro degli Esteri: in questa veste lavorò per la distensione dei rapporti tra Usa e Urss e appoggiò le politiche di Gorbaciov. Mantenne questo ruolo fino al 1989. Nel 1989 Andreotti diventò di nuovo presidente del Consiglio, mentre nel 1991 fu nominato senatore a vita dall'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

L'ultimo governo Andreotti (il settimo) si concluse nel 1992, dopo lo scandalo di Tangentopoli. L'ex premier non fu coinvolto dalle indagini, ma a metà degli anni Novanta fu processato da due procure: quella di Perugia e quella di Palermo. I magistrati umbri lo accusarono di essere il mandante dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, direttore dell'Op, ucciso nel 1979, che avrebbe ricattato Andreotti sul caso Moro. Giulio Andreotti fu assolto.

I magistrati di Palermo, invece, lo accusarono di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo i pm, Andreotti avrebbe favorito la mafia nel controllo degli appalti in Sicilia attraverso la mediazione di Salvo Lima. Il processo si chiuse nel 1999 con un'assoluzione, ma la procura decise di ricorrere in appello: la nuova sentenza stabilì che Andreotti aveva commesso il reato per i fatti risalenti agli anni precedenti il 1980, ma che il reato era caduto in prescrizione. Per i fatti successivi al 1980, invece, fu assolto.

Nel febbraio del 2001 Andreotti diede vita, insieme a Ortensio Zecchino e Sergio D'Antoni, al partito d'ispirazione cristiana denominato Democrazia Europea, che ottenne un risultato modesto alle elezioni e confluì nell'UDC nel 2002.

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