Unipol, i giudici: «Berlusconi decise sulla telefonata Fassino-Consorte»

di Francesca Porta 

Sulla motivazione della sentenza del processo Unipol si legge che il Cavaliere ebbe un «ruolo decisivo» nella pubblicazione dell'ormai celebre intercettazione

Francesca Porta

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Silvio Berlusconi - Getty Images

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Silvio Berlusconi ebbe un «ruolo decisivo» nella pubblicazione su Il Giornale della telefonata tra Piero Fassino e Giovanni Consorte. Ad affermarlo, nelle 90 pagine di motivazione della sentenza del processo Unipol (in cui il Cavaliere è stato condannato a un anno di reclusione per concorso in rivelazione di segreto d'ufficio), sono i giudici della quarta sezione penale del tribunale di Milano.

Secondo quanto riportato nel documento, l'ex premier ascoltò la celebre intercettazione (il fatto risale al 2005, durante la scalata a Bnl da parte di Unipol) «attraverso un computer, senza alcun addormentamento da Berlusconi o inceppamento del pc». Una volta ascoltata la telefonata, fu deciso di renderla pubblica attraverso Il Giornale.

«La qualità di capo della parte politica avversa a quella di Fassino rende logicamente necessario il suo benestare (di Berlusconi, ndr) alla pubblicazione della famosa telefonata», si legge sulla motivazione del verdetto. «Senza l'apporto in termini di concorso morale dell'ex premier non si sarebbe realizzata la pubblicazione».

«Tenuto conto della qualità di pubblico ufficiale di Berlusconi, e della lesività della condotta nei confronti della pubblica amministrazione, gravemente danneggiata dalla plateale violazione del dovere di fedeltà dell'incaricato di pubblico servizio, dotata di grande rilevanza mediatica risulta pertanto giustificata la mancata concessione delle circostanza attenuanti generiche».

La registrazione fu portata ad Arcore da Roberto Raffaelli, titolare della società incaricata dalla Procura di Milano per effettuare le intercettazioni, con l'intenzione di fare un «regalo di Natale» all'allora premier per «ingraziarsi il suo appoggio» e la sua «protezione» per un affare in Romania.

«Le motivazioni della sentenza sono prive di logica giuridica», hanno commentato gli avvocati del Cavaliere, Niccolò Ghedini e Piero Longo. «Dimostrano ancora una volta l'impossibilità di celebrare a Milano i processi a carico di Berlusconi. Il presidente viene condannato per concorso morale e quindi non già per aver posto in essere qualche condotta specifica, ma per aver rafforzato il proposito del fratello Paolo. Mai nessuno ha potuto prospettare alcunchè in proposito».

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