Gretel Bergmann, atleta ebrea. Lei saltò più in alto

Gretel Bergmann, nel 1936 fa il record di salto in alto. Il regime nazista glielo cancella. Oggi la Germania glielo riconosce

di Lavinia Farnese
<p>Gretel Bergmann, atleta ebrea. Lei saltò più in alto</p>
PHOTO GETTY IMAGES

È il 1936. E Gretel Bergmann salta. È un'atleta ebrea, e salta in alto. Un metro e sessanta, per esser precisi. Lei vola sull'asticella, ma le autorità sportive di regime le negano il record. Avrebbe stracciato il primato tedesco nella disciplina, e così incrinato le terribili teorie naziste sull'eugenetica. Così, glielo cancellarono. E con una lettera la bandirono anche dalle competizioni olimpiche, nell'anno dei Giochi di Berlino. Nel salto in alto femminile, l'oro di quelle Olimpiadi andrà all'ungherese Ibolya Csak. Dietro le ariane Elfriede Kaun e Dora Ratjen. Quest'ultima si scoprì anche (successivamente) che era un uomo.

Oggi, dopo 73 anni, la Germania dà alla Bergmann la medaglia negata. «Un atto di giustizia», l'ha chiamato il presidente onorario della federazione tedesca, Theo Rous. La Bergmann oggi ha 95 anni, e vive negli Stati Uniti col marito. Da lì, dove si trasferì un anno dopo il successo violentato, dice: «Forse in quelle Olimpiadi avrei trionfato. All'epoca ero molto arrabbiata, c'è voluto tantissimo tempo, e oggi non mi aspettavo questo riconoscimento. Ma è molto bello. Dory? Scoprii che era un uomo nel 1968. Lo lessi su una rivista, mentre aspettavo di entrare dal dentista, e capii in una risata perché non voleva mai fare la doccia insieme a noi».

Noi pensiamo che: Sia meglio tardi che mai, ma un riconoscimento così tardivo  consola poco, e ripaga ancora meno. Gretel Bergmann dovrebbe fare come un'altra grande donna, ebrea anche lei, medico: Lucia Servadio Bedarida. Ultracentenaria, si lanciò col parapendio. E liberò lì gli anni di sofferenza trascorsi. Così Gretel. Che salti in alto ancora.


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