Catherine Ashton, lei siede in Europa

La baronessa britannica, umile e astuta

di Lavinia Farnese
<p>Catherine Ashton, lei siede in Europa</p>
PHOTO GETTY IMAGES

Catherine Ashton, oggi. E non perché sia baronessa. Ma perché appena eletta al Parlamento Europeo ci ha fatto arricciare il naso, avendo - da inesperta, da "mai stata ministro", da digiuna della diplomazia com'è stata presentata sui giornali - con un colpo d'anca soffiato il posto al nostro (perché italiano) Massimo D'Alema. E invece nel discorso d'insediamento a cui hanno assistito marito e cinque figli (tre adottivi e due biologici) ci ha convinto, quando raccontava che la sua attenzione, da Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue, sarebbe stata dedicata a una diplomazia «tranquilla» e «silenziosa», ma «ferma sui diritti umani». Una diplomazia donna. Certo umile. «Porto con me 28 anni di negoziazioni e di costruzioni del consenso», ha esordito lei che, classe 1956, non ha mai preso parte a una competizione elettorale prima di essere nominata commissaria europea e prima di essere scelta per la Camera dei Lord nel 2001. Però subito dopo ammette di avere «dei buchi sui vari dossier», per cui è lì, a «chiedere l'aiuto del Parlamento, e capire quali sono i temi che stanno più a cuore». Decisa, quando il britannico David Campbell l'accusa di aver ricevuto finanziamenti dal blocco sovietico durante la Campagna per il disarmo nucleare, di cui è stata tesoriera dal 1980 al 1982. Scrolla le spalle. «Il 1982? Una data lontana, ma mai ho mai ricevuto finanziamenti da partiti comunisti, e se di una parte dei fondi raccolti non era chiara l'origine è solo perché venivano raccolti con secchielli alle manifestazioni». L'ha sfangata. Astuta, nel non sbilanciarsi troppo al primo esame su temi caldi come l'Afghanistan (meglio aspettare d'incontrare Hillary Clinton e la riunione della Nato) e le sanzioni all'Iran (dove gioca sul "Non le escludo"). Si racconta che il giorno dell'elezione lei - ignara di tutto - si stesse dirigendo come una sera qualunque, nel suo cappotto e nel suo profumo, alla stazione di Bruxelles per prendere l'Eurostar delle 20 alla volta di Londra. Chissà quanto non sia una storia costruita ad arte. Quel che è certo, è che da quella fuga guastata dalla bella notizia, lei sfoglia sui giornali titoli che non le vogliono bene: dal Financial Times ("Resta aperto l'interrogativo se l'Ue abbia scelto davvero i migliori candidati possibili") all'Herald Tribune ("Personaggi semisconosciuti per una scelta minimalista"), al Bild ("Bruxelles fa una figuraccia"). C'è chi addirittura ha chiamato la sua nomina "un grosso insulto al popolo europeo". Quindi: la sua partenza non può che essere in salita. Nel segno di un riscatto.

Noi pensiamo che: La Ashton sta all'altezza giusta. Non ha le ali di Icaro. Ma se anche l'avesse, e pur di cera, di lui è certo più furba. Non pecca di presunzione. Non si avvicina al sole. E, quindi, continuerà a volare.


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