Ire funeste: da Berlusconi a Sgarbi

Rassegna stampa

di Lavinia Farnese
<p>Ire funeste: da Berlusconi a Sgarbi</p>

Deve aver passato una brutta nottata il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo che il premier Silvio Berlusconi ai microfoni del congresso del Partito popolare Europeo inscena quello che l'opposizione ha già ribattezzato l'Editto di Bonn contro gli organi di garanzia: «La sovranità in Italia è passata dal Parlamento al partito dei giudici di sinistra», ha detto. E apriti cielo, è scontro istituzionale. Come due mesi fa, per la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Consulta. Berlusconi da una parte, Napolitano e Gianfranco Fini occhi strabuzzati dall'altra. Lui si autoproclama premier «con le palle» alle prese con gli ultimi tre capi dello stato «di sinistra», il capo dello Stato in carica, si dice rammaricato e preoccupato, e parla di un «violento attacco» alle istituzioni, il presidente della Camera prende invece le distanze, fa sapere che «non condivide» le parole del premier, e lo invita a «precisare meglio» il suo pensiero. «Non c'é niente da chiarire», scrolla le spalle Berlusconi, «sono stanco di ipocrisie».

Di destra o di siinistra, certamente hanno le idee chiare i Pm Rosa Muscio e Claudio Michelucci, che nel processo per il delitto di Garlasco per la seconda volta chiedono la condanna di Alberto Stasi a 30 anni di carcere: gli indizi che portano a lui, unico imputato, dicono, sono inequivocabili, e di attenuanti non ne merita alcuna, per le sevizie sul corpo della sua fidanzata d'allora, Chiara Poggi, massacrata il 13 agosto 2007 nella sua casa. Secondo i pm, fu lui a ucciderla tra le 12.46 e le 13.26: lo incastrerebbero l'assenza di alibi, il Dna di Chiara rintracciato sui pedali della bicicletta sequestrata all'ex studente bocconiano - che quindi avrebbe dovuto avere le scarpe sporche e non pulite - e le impronte del giovane sull'erogatore del sapone, in bagno. Il movente? Un litigio tra i due fidanzati la sera prima dell'assassinio, tra mezzanotte e le due. Il processo riprenderà sabato 12 dicembre, la parola passerà alla difesa. Il 17 dicembre, il Gup Stefano Vitelli entrerà in camera di consiglio per la sentenza.

Altra storia, altra aula, altro tribunale, quello in cui il pentito della banda della Magliana, Antonio Mancini, racconta che Emanuela Orlandi, la figlia di un dipendente del Vaticano scomparsa nel 1983, fu rapita da loro, e in particolare dal gruppo dei testaccini. L'esecutore materiale del sequestro sarebbe stato Enrico De Pedis, detto Renatino. E non lesina particolari: il rapimento dell'allora ragazzina di 15 anni sarebbe stato dovuto a problemi finanziari tra l'organizzazione criminale romana e il Vaticano.

E a Copenhagen, dov'è in corso il summit globale per il clima, i grandi Paesi in via di Sviluppo (Cina, India, Sudafrica e Brasile), premono sul Protocollo di Kyoto, che resta "lo strumento legale" per chiedere all'insieme dei Paesi industrializzati di ridurre del 40% le loro emissioni di gas nocivi rispetto al 1990. Nei negoziati mondiali del Consiglio Ue s'infiltra l'organizzazione ambientalista Greenpeace, che in un blitz sventola bandiere gialle con su scritto: Eu safe Copenaghen (la Ue salvi Copenaghen). Alla Cina che bacchetta Obama (fresco di premio Nobel per la Pace), fa eco Fidel Castro: «Il presidente degli Stati Uniti è debole e cieco nella lotta all'effetto serra». Condanne a parole, le loro.

Parole condannate invece quelle di Vittorio Sgarbi nei confronti di Marco Travaglio, in una puntata di Annozero nel marzo del 2008. L'allora assessore di Milano in TV insultò con parolacce il giornalista. Dovrà pagare 30mila euro. L'ha deciso il tribunale civile di Torino. Si parlava della «cacciata» di Enzo Biagi dalla Rai. Sgarbi lo interruppe: «Siamo un grande Paese con un pezzo di m... come te..». Il sindaco di Salemi gli diede anche del «diffamatore» che dice «bugie».


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