DAL MONDO12:37 - 17 dicembre 2009

Dongguan, 300mila concubine cinesi

Cina, anche la prostituzione si fa industria

di Lavinia Farnese
<p>Dongguan,&nbsp;300mila concubine cinesi</p>
PHOTO GETTY IMAGES

Chi l'ha detto che il mestiere più antico del mondo non possa diventare un'industria illegale al limite della legittimazione? Dongguan. Cuore industriale della Cina. Cuore di 300mila prostitute. Che lì sono controllate. E certificate. Con tanto di bollino di qualità. Che lì si sono create un territorio di 25mila locali tra bar, saune, centri di massaggi e discoteche. E hanno fatto sorgere dal nulla 120 alberghi di lusso, per le tasche e i palati più esigenti. Guai a chiamarli bordelli. Non ufficialmente, almeno, che le concubine adempiono lì a un servizio di «sostegno urbano». E che sostegno urbano: 800mila sono oggi gli addetti al settore. Quando 60 anni fa, nel 1949, Mao chiuse i bordelli. «La prostituzione è reato», dichiarò. Non aveva fatto i conti col boom economico del Paese. E con la posizione strategica di Dongguan - a metà strada tra le industriali Shenzen e Guangzhou - che si fa dunque crocevia di lavoratori viaggianti, e alti manager, e clienti facoltosi. Tutti con un minimo comun denominatore: la possibilità di una storia, lontano da casa, fa niente se da ben pagare, che, se son lì, certo non mancano le carte di credito, nei loro portafogli di pelle. Ecco così che l'opposizione di quelle istituzioni che decretano il sesso a pagamento reato, soccombe. Sotto il loro naso, queste signore vengono infatti addirittura sottoposte a un regolare corso settimanale di addestramento professionale. A cui quelle più raffinate legano un corso di recitazione, anche. Per sapere come una geisha cantare, suonare, ballare, travestirsi, spogliarsi in un certo modo. E fingere anche bene, all'occorrenza. Risultato? Il 10% dei lavoratori di Dongguan frequenta abitualmente le prostitute, per un giro d'affari di 70 milioni di euro. Non al mese. A settimana. «Chiudere - racconta a la Repubblica il segretario comunale del Partito comunista, Liu Zhigeng - significherebbe bruciare il 30% del Pil e produrre quasi un milione di disoccupati. Ma possiamo dire che sarebbe a rischio la nostra intera economia». Le retate dei poliziotti quelle sì, ci sono. Di tanto in tanto. Più frequente, però, trovare alti funzionari di partito e vertici delle forze dell'ordine intrattenersi con le belle. Di giorno e di notte.

Noi pensiamo che: Tra chi grida alla vergogna nazionale e chi difende la convenienza di un certo giro (non propriamente legale) sul Pil, crediamo che Pan Suiming, docente di sociologia all'Università del Popolo faccia l'analisi più interessante: «Le donne, nelle fabbriche del Guangdong», racconta sempre a la Repubblica, «vengono sfruttate e molestate. Il 90% delle concubine, prima di diventarlo, hanno lavorato nelle catene di montaggio. Finiscono nei bordelli camuffati da sauna perché non hanno scelta. Se devi subire, meglio farlo guadagnando trenta volte di più e lavorando il 50% in meno». Non fa una piega. Ma che tristezza.


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