Aminatou, la Gandhi dei Saharawi

Attivista, lotta per tornare a casa

di Lavinia Farnese
<p>Aminatou, la Gandhi dei Saharawi</p>
PHOTO GETTY IMAGES

La chiamano la Ghandi dei Saharawi. Aminatou Haidar ha 42 anni e porta il velo. È un'attivista dei diritti umani. Nella sua vita è stata incarcerata e torturata per aver sostenuto l'autodeterminazione del popolo saharawi. Da tre anni, girava il mondo per raccontare il dramma della sua gente. Ora, non mangia dal 16 novembre. E se ne sta stesa su un materassino, all'aeroporto di Lanzarote, nelle Canarie. È il suo personale sciopero della fame, la sua lotta per tornare a casa, perché le venga riconosciuto il diritto di rimpatriare nel Sahara Occidentale, l'ex colonia spagnola annessa al Marocco nel 1975. Era stata espulsa da lì il 14 novembre, quando, all'aeroporto della sua città, El Ayoun, di ritorno dagli Usa dove aveva ricevuto un premio per la difesa dei diritti umani, ha rifiutato di dichiararsi cittadina marocchina, di fatto rinnegando la sua nazionalità in favore di quella saharawi, e così è stata messa alla porta, "imbarcata" contro la sua volontà per le Canarie, senza più passaporto. Canarie dove tuttora sta. Perché il 5 dicembre Rabat non ha autorizzato il suo rimpatrio. E ora tutti sono preoccupati per lei: da Abdelkader Taleb Omar, segretario generale del Fronte Polisario, alle autorità spagnole, che non vorrebbero vedersela morire come un randagio in terra loro: il capo del governo Jose Luis Rodriguez Zapatero spera in una soluzione rapida e favorevole della vicenda. Hillary Clinton ha chiamato il ministro degli esteri del Marocco, Taieb Fassi-Fihri. L'Onu e la Ue hanno chiesto a Rabat di rispettare i suoi «obblighi internazionali in materia di diritti umani», lasciando che Aminatu torni a casa. Tre premi Nobel, José Saramago, Günter Grass e Dario Fo hanno firmato una petizione promossa da artisti e scrittori chiedendo l'intercessione del re di Spagna con Mohamed VI.
Anche perché le sue condizioni di salute sono peggiorate, secondo i suoi collaboratori. «Questa settimana è la quinta. Sono 32 giorni che non mangia», ha dichiarato alla stampa il portavoce del suo gruppo di sostegno, Fernando Peraita. «È molto debole, non riesce a bere e soffre di nausea. Comincia ad avere delle difficoltà a reggere ma la sua forza mentale e la sua fede nella giustizia e nella causa che difende le consentono di resistere». Mentre il Marocco minaccia di rivedere gli accordi con la Spagna in tema di immigrazione, lei è stata accompagnata all'ospedale di Arrecife. Si è stesa sulla barella solo a patto che non l'avrebbero alimentata, ma solo curata dei forti dolori addominali e della disidratazione, e sedata per le crisi di vomito. Lei, convinta com'è che la sua lotta la continuerà. L'intransigenza marocchina che le impedisce di rientrare alla sua città, racconta, è la prova che il governo di Rabat vuole la sua morte.

Noi pensiamo che: Sia giusto che Aminatou torni nella sua terra dai suoi due figli. E finisca questo ricatto di lasciarsi morire, altrimenti.


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