Shukri Said: «Sciopero della fame contro i tempi di rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno»

Intervista a Shukri Said

di Raffaella Serini
<p>Shukri Said: «Sciopero della fame contro i tempi di rilascio e
il rinnovo dei permessi di soggiorno»</p>

Nata e cresciuta in Somalia, Shukri Said vive in Italia da diciassette anni: ha un compagno italiano, due figli e parla la nostra lingua meglio di milioni di connazionali. Alcuni forse la ricorderanno per essere stata la carabiniera di colore della settima serie di Don Matteo, da cui lei sostiene di essere stata estromessa per ragioni etniche. Da allora, la lotta alla discriminazione razziale è diventata la sua ragione di vita: portavoce dell'associazione Migrare, conduce tutti i giovedì una rubrica su Radio Radicale e collabora con il quotidiano spagnolo El Pais. Il mese scorso, però, Shukri è passata dalle parole ai fatti, e ha cominciato uno sciopero della fame, finito con il suo ricovero in ospedale: «Il primo gennaio ho dato la staffetta al radicale Gaossou Ouattarà , che aveva iniziato lo sciopero dieci giorni prima. Il 16, però, mi sono dovuta ricoverare a causa della disidratazione, e i sanitari mi hanno ordinato di interrompere la protesta per pericolo di vita. Mi ha dato il cambio Sergiy Sakharov, un imprenditore ucraino di Ravenna con altri 503 aderenti».

Contro cosa protestate?

«Contro i tempi di rilascio e rinnovo dei permessi di soggiorno: nonostante la legge Bossi-Fini preveda venti giorni, in realtà, ci vogliono dai sette ai quindici mesi.

Avete avuto risonanza a livello mediatico o istituzionale?

«Io mi sono rivolta al Parlamento, al Capo dello Stato e al Presidente di turno dell'Ue, ma non ho avuto riscontro. La notizia è stata data solo dalla stampa estera, in particolare da El Pais e Le monde. Successivamente, con l'associazione Migrare abbiamo lanciato una petizione diretta al ministro Roberto Maroni, a cui hanno aderito sette testate e un migliaio di esponenti della società civile e del giornalismo, fra cui Gian Antonio Stella».

Cosa c'è che non va nella legge Bossi-Fini?

«È illiberale perché predilige il lavoro dipendente, penalizzando le libere professioni, a partire dagli artisti. In più si regge su una finzione: lo straniero, secondo la legge, dovrebbe entrare in Italia per chiamata personale, senza che il datore di lavoro lo abbia mai conosciuto. In pratica, serve a sanare presenze clandestine, con l'aggravante che lo straniero deve tornare nel suo Paese  prima di rientrare regolarmente: spese inutili e tempo perso che avviliscono il lavoratore. In più ci sono i tempi burocratici discriminatori: un cittadino in dieci giorni ottiene il passaporto, gli immigrati devono aspettare più di un anno, a volte, per il permesso di soggiorno».

Da straniera "regolarizzata", lei pensa che l'Italia sia un Paese razzista?

«Basta guardare i fatti, i provvedimenti come i respingimenti in mare - senza verificare chi avesse diritto all'asilo politico - e l'introduzione del reato di clandestinità, che incide sui diritti alla salute, allo studio o al riconoscimento dei figli. Discriminatoria è stata anche la sanatoria per colf e badanti, che ha escluso braccianti, edili, allevatori e altre figure stagionali, soprattutto maschi, lasciandoli clandestini e dunque  più esposti allo sfruttamento della criminalità».

Ieri si è svolto il primo sciopero degli stranieri.

«È stato uno sciopero giusto. Producendo il 10% del Pil, l'immigrato è ormai essenziale per l'economia nazionale. E un ulteriore contributo lo dà permettendo alle famiglie italiane di continuare a lavorare affidando i propri cari a badanti e baby sitter stranieri. Per questo, gli immigrati - che non partecipano alla gestione della cosa pubblica e non sono difesi dai sindacati tradizionali - si devono organizzare per tutelare i propri diritti e ottenere almeno il  voto amministrativo. Su questo fronte, il contributo del mondo della cultura e dell'informazione è fondamentale. Così come sul tema dell'integrazione può giocare un ruolo determinante il made in Italy, che per primo ha assunto una dimensione multietnica e globale».


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