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È in piazza con oltre 500 familiari delle vittime delle mafie,
oggi, Don Luigi Ciotti, sacerdote italiano e
presidente dell'associazione Libera. Per la giornata della
Memoria.
Perché per l'abbraccio/corteo ha scelto proprio Milano e
non Palermo?
«Perché la criminalità organizzata non è solo un problema del
Sud Italia, ma una malattia diffusa, con sintomi evidenti anche
nelle regioni settentrionali e in altri Paesi. L'obbiettivo è
allora costruire una risposta altrettanto ampia, coinvolgere sempre
più persone in una dimensione di consapevolezza e impegno che ci
chiama in causa tutti, dalla Sicilia alla Lombardia. Per questo la
"Giornata della memoria" si è svolta, negli anni passati, a Niscemi
come a Modena, a Reggio Calabria, a Gela ma anche a Torino».
Ancora nord, dunque.
«L'illegalità e le mafie si espandono seguendo il denaro, sono
ovunque ci sia la possibilità di fare affari, investire, corrompere
e sfruttare le persone. La Milano cuore economico del Paese,
crocevia di interessi, appalti e investimenti enormi, affronta in
tal senso sfide cruciali. Con la nostra presenza in piazza vogliamo
sostenere la Milano non indifferente, la Milano che reagisce,
resiste, tutela la democrazia e il bene comune».
L'importanza della memoria, oggi.
«Memoria vuol dire impegno. Vuol dire guardarsi indietro per
andare avanti, cercare nei riferimenti del passato la direzione
verso un futuro migliore. Ricordare i nomi, i volti, le storie di
chi è morto per la giustizia non significa limitarsi a celebrare
quelle persone, appiccicare loro una patente di eroismo che
sarebbero state le prime a rifiutare. Non è questo che ci chiedono
le tante vittime innocenti delle mafie, ma di prendere su di noi il
peso di quella responsabilità che loro hanno vissuto fino in fondo.
Lotta alle mafie non vuol dire solo inchieste, arresti, sequestri
di beni. Il generoso lavoro dei magistrati e delle forze di polizia
è fondamentale, ma per spezzare i circuiti della violenza e del
malaffare serve il contributo di tutti. Della politica e della
cultura, del mondo dell'economia e dell'informazione e di ogni
cittadino onesto».
Chi è per lei la donna più rappresentativa di questa lotta contro
la mafia?
«Una giovane siciliana coraggiosa: Rita Atria. A 11 anni le
uccidono il padre e poco tempo dopo il fratello, entrambi coinvolti
in giri criminali. Nel reagire a quella tragedia, Rita trova la
forza di ribellarsi alle regole dell'omertà e della violenza che ha
appreso in famiglia. Incoraggiata dall'esempio della cognata Piera,
comincia a collaborare con grande generosità, divenendo una
preziosa testimone di giustizia; incontra così la sensibilità di un
magistrato che diventa per lei quasi un secondo padre: Paolo
Borsellino. Pochi giorni dopo la strage di via D'Amelio, in cui
muoiono Borsellino e la sua generosa scorta, Rita si arrende alla
disperazione e si getta dal balcone della casa romana dove viveva
sotto protezione. La sua lapide, nel cimitero di Partanna, è ancora
senza nome, ma il nome di Rita vive insieme alle speranze e
all'impegno dei tanti che hanno conosciuto la sua storia».