DALLA SOCIETA'07:00 - 20 marzo 2010

Don Ciotti: «Le donne, quanto coraggio contro la mafia»

Intervista al presidente di Libera

di Lavinia Farnese
<p>Don Ciotti: «Le donne, quanto coraggio contro la mafia»</p>
PHOTO CORBIS IMAGES

È in piazza con oltre 500 familiari delle vittime delle mafie, oggi, Don Luigi Ciotti, sacerdote italiano e presidente dell'associazione Libera. Per la giornata della Memoria.

Perché per l'abbraccio/corteo ha scelto proprio Milano e non Palermo?

«Perché la criminalità organizzata non è solo un problema del Sud Italia, ma una malattia diffusa, con sintomi evidenti anche nelle regioni settentrionali e in altri Paesi. L'obbiettivo è allora costruire una risposta altrettanto ampia, coinvolgere sempre più persone in una dimensione di consapevolezza e impegno che ci chiama in causa tutti, dalla Sicilia alla Lombardia. Per questo la "Giornata della memoria" si è svolta, negli anni passati, a Niscemi come a Modena, a Reggio Calabria, a Gela ma anche a Torino».

Ancora nord, dunque.

«L'illegalità e le mafie si espandono seguendo il denaro, sono ovunque ci sia la possibilità di fare affari, investire, corrompere e sfruttare le persone. La Milano cuore economico del Paese, crocevia di interessi, appalti e investimenti enormi, affronta in tal senso sfide cruciali. Con la nostra presenza in piazza vogliamo sostenere la Milano non indifferente, la Milano che reagisce, resiste, tutela la democrazia e il bene comune».


L'importanza della memoria, oggi.

«Memoria vuol dire impegno. Vuol dire guardarsi indietro per andare avanti, cercare nei riferimenti del passato la direzione verso un futuro migliore. Ricordare i nomi, i volti, le storie di chi è morto per la giustizia non significa limitarsi a celebrare quelle persone, appiccicare loro una patente di eroismo che sarebbero state le prime a rifiutare. Non è questo che ci chiedono le tante vittime innocenti delle mafie, ma di prendere su di noi il peso di quella responsabilità che loro hanno vissuto fino in fondo. Lotta alle mafie non vuol dire solo inchieste, arresti, sequestri di beni. Il generoso lavoro dei magistrati e delle forze di polizia è fondamentale, ma per spezzare i circuiti della violenza e del malaffare serve il contributo di tutti. Della politica e della cultura, del mondo dell'economia e dell'informazione e di ogni cittadino onesto».


Chi è per lei la donna più rappresentativa di questa lotta contro la mafia?

«Una giovane siciliana coraggiosa: Rita Atria. A 11 anni le uccidono il padre e poco tempo dopo il fratello, entrambi coinvolti in giri criminali. Nel reagire a quella tragedia, Rita trova la forza di ribellarsi alle regole dell'omertà e della violenza che ha appreso in famiglia. Incoraggiata dall'esempio della cognata Piera, comincia a collaborare con grande generosità, divenendo una preziosa testimone di giustizia; incontra così la sensibilità di un magistrato che diventa per lei quasi un secondo padre: Paolo Borsellino. Pochi giorni dopo la strage di via D'Amelio, in cui muoiono Borsellino e la sua generosa scorta, Rita si arrende alla disperazione e si getta dal balcone della casa romana dove viveva sotto protezione. La sua lapide, nel cimitero di Partanna, è ancora senza nome, ma il nome di Rita vive insieme alle speranze e all'impegno dei tanti che hanno conosciuto la sua storia».

 


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