DAL MONDO19:27 - 17 maggio 2010

Dramma Afghanistan spiegato da Dell'Arti

Il sergente Massimiliano Ramadù e il caporalmaggiore Luigi Pascazio sono stati uccisi questa mattina alle 9.15 locali

di Giorgio Dell'Arti
<p>Dramma Afghanistan spiegato da Dell'Arti</p>
PHOTO GETTY IMAGES

LA TRAGEDIA

Il sergente Massimiliano Ramadù, 33 anni, di Velletri (Roma), e il caporalmaggiore Luigi Pascazio, 25 anni, di Bitetto (Bari), soldati del contingente Isaf impegnato in Afghanistan (32esimo reggimento genio guastatori della brigata alpina Taurinense) sono stati uccisi questa mattina alle 9.15 locali dall'esplosione di un ordigno rudimentale: partiti da Herat per andare a Bala Murghab, erano a bordo di un blindato Lince inserito in una colonna di 130 veicoli. La tragedia è avvenuta a 25 km dalla destinazione, sul mezzo si trovavano anche Cristina Buonacucina, 27 anni, di Foligno (Perugia), e Gianfranco Scirè, 28 anni, di Casteldaccia (Palermo), che sono rimasti feriti (doppia frattura alla vertebra lombare e alla caviglia per lei, frattura tibio-tarsica per lui)  ma non rischiano la vita.

 

LE VITTIME ITALIANE

Finora la missione in Afghanistan è costata la vita a 25 italiani. Diciassette sono stati vittime di attentati: oltre a Ramadù e Pascazio, Manuel Fiorito e Luca Polsinelli (5 maggio 2006), Giorgio Langella e Vincenzo Cardella (26 settembre 2006), Lorenzo D'Auria (30 settembre 2006), Daniele Paladini (24 novembre 2007), Giovanni Pezzulo (13 febbraio 2008), Alessandro Di Lisio (14 luglio 2009), Antonio Fortunato, Roberto Valente, Massimiliano Randino, Matteo Mureddu, Giandomenico Pistonami, Davide Ricchiuto (17 settembre 2009), Pietro Antonio Colazzo (26 febbraio 2010); cinque le vittime di incidenti (quattro stradali, uno aereo): Giovanni Bruno (3 ottobre 2004), Bruno Vianini (3 febbraio 2005), Michele Sanfilippo (11 ottobre 2005), Giuseppe Orlando (20 settembre 2006), Rosario Ponziano (15 ottobre 2009); tre le vittime di malori: Carlo Liguori (2 luglio 2006), Alessandro Caroppo (21 settembre 2008), Arnaldo Forcucci (15 gennaio 2009)

 

I DUBBI SUI LINCE

Quando a settembre ci fu l'ultima strage di italiani, si scatenò un forte dibattito sulla sicurezza dei mezzi Lince, la cui corazzatura blindata pareva ormai inadeguata alla potenza degli attacchi. Commentò un ufficiale: «È l'eterna storia degli armamenti: la rincorsa infinita fra la lancia e lo scudo. Quando lo scudo diventa più robusto e protettivo, anche la lancia diventa più pesante, più affilata. Serve una difesa ancora maggiore, che verrà superata poi con un attacco più efficace». E un altro: «È una macchina da sette tonnellate. Hanno usato un quantitativo di esplosivo abnorme».

 

LE BOMBE DEI TALEBANI

Secondo un rapporto del Pentagono diffuso agli inizi di marzo, le bombe artigianali preparate dai talebani (Ied) con fertilizzante "arricchito" (sfugge a gran parte degli apparati anti-ordigni ed è facile da trovare) negli ultimi tempi hanno aumentato la loro potenza del 50%: nel solo mese di marzo hanno causato alla coalizione internazionale 22 morti e 241 feriti, e sarebbe andata molto peggio se 989 ordigni non fossero stati scoperti e disinnescati. La vulnerabilità delle truppe alleate è accresciuta dalla scarsità delle strade, che rende prevedibili le rotte delle truppe alleate.

 

IL DIBATTITO POLITICO

Appreso l'accaduto in Afghanistan, il premier Silvio Berlusconi ha subito ribadito che la nostra missione «è fondamentale per la pace in Afghanistan». Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha assicurato che di ritiro non si parla. Umberto Bossi non si è discostato da questa posizione spiegando che altrimenti «la nostra sarebbe sentita dal mondo occidentale come una fuga difficilmente spiegabile». Dubbi sono invece arrivati da un altro leghista, il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli: «Abbiamo spesso espresso perplessità sulla possibilità di esportare la democrazia, ma ogni decisione deve essere presa insieme agli altri a livello internazionale e poi bisogna verificare se questi sacrifici servano o meno a qualcosa». Pierluigi Bersani, segretario del Pd, ha detto che « non possiamo consentire che i talebani sconfiggano l'intera comunità internazionale, ma bisogna che riflettiamo sull'evoluzione di quella missione», mentre Antonio Di Pietro (Idv) ha chiesto che «il governo venga a riferire in Parlamento e spieghi agli italiani la ragione, che noi riteniamo non più attuale, per la quale le nostre truppe devono restare in Afghanistan».

 

IL CONTINGENTE ITALIANO

Attualmente nella regione occidentale dell'Afghanistan sono impegnati circa 2.800 italiani, a giugno ne dovrebbero arrivare altri mille, rinforzi che il governo ha deciso di inviare nell'ambito della nuova strategia approvata dalla Nato sotto la spinta del presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Dallo scorso 20 aprile il generale di brigata Claudio Berto, comandante della brigata alpina "taurinense", è a capo del nostro contingente, che schiera uomini provenienti da marina, aeronautica, guardia di finanza e carabinieri e dovrebbe rimanere in Afghanistan fino al 2013, ma con l'inizio del ritiro previsto già per il prossimo anno.

 

LA CONTABILITÀ DEI MORTI E DEI FERITI

Un'ampia regione dell'Afghanistan occidentale che comprende le province di Herat, Badghis, Ghowr e Farah è sotto la responsabilità italiana in quello che viene chiamato Regional Command West (rc-w).

La colonna di cui faceva parte il Lince su cui viaggiavano Ramadù e Pascazio comprendeva anche mezzi spagnoli, afghani e statunitensi, circostanza prontamente sottolineata dal nostro ministero della Difesa per dimostrare che non si è trattato di una attacco specifico contro gli italiani. Premesso di non voler fare «la contabilità dei morti e dei feriti», il ministro Ignazio la Russa ha ricordato che «l'Italia, in rapporto al numero di militari, è forse il Paese che ha subito meno perdite in assoluto».

 

L'OFFENSIVA DI GIUGNO

A giugno gli alleati dovrebbero scatenare un'offensiva contro Kandahar, santuario storico dei talebani. Dall'arrivo a dicembre di nuove truppe Usa, gli alleati hanno avuto molti successi ma, come ammesso dallo stesso presidente Obama, «ci sono ancora sfide molto serie e giorni difficili di fronte all'Afghanistan». La Casa Bianca intende rispettare il piano che prevede l'inizio del ritiro nel luglio 2011, in coincidenza con il definitivo trasferimento di ogni responsabilità agli afgani. Obama ha però precisato che quella data non significherà la fine dell'impegno americano: «Questa è una cooperazione di lungo periodo».

 

IL PIANO PER LA PACE DI KARZAI

In un incontro svoltosi la settimana scorsa a Washington, il presidente afghano Hamid Karzai ha chiesto di prolungare la presenza americana oltre il luglio del prossimo anno prendendo a modello quanto avvenne in Giappone dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Ad Obama è stato presentato un Programma di pace e reintegrazione che dovrebbe aiutare l'Afghanistan a uscire da un conflitto che dura da quasi nove anni: in cambio dell'amnistia, gli ex combattenti dovrebbero giurare di «vivere secondo le leggi dell'Afghanistan, rinunciare alla violenza e ai legami, presenti o futuri, con Al Qaeda». Per incentivare le defezioni, è prevista la distribuzione di 160 milioni di dollari (circa 125 milioni di euro) che in parte dovrebbero essere spesi per corsi di formazione professionale.

 

I FALLIMENTI DEL PASSATO

Forse per la prima volta, la settimana scorsa Obama ha mostrato il suo sostegno allo «sforzo di Karzai di lasciare una porta aperta a quei talebani che tagliano i ponti con Al Qaeda e rinunciano alla violenza». La speranza è che il piano sia più efficace di quello attuato dalla commissione per la Pace e la Riconciliazione presieduta dall'ex presidente e mentore di Karzai, Sibghatullah Mojaddedi, che in cinque anni sarebbe riuscita a "convertire" solo 646 combattenti sui 36.000 stimati dalla Nato (poco più del 2%). Secondo un rapporto dell'Afghanistan Analysts Network, un quarto dei comandanti di medio-basso livello dopo aver deposto le armi è tornata a combattere.

 

UN'ALTRA TRAGEDIA AFGHANA

Quasi in contemporanea con l'attentato che è costato la vita a Ramadù e Pascazio, in Afghanistan c'è stata un'altra tragedia: un aereo (Antonov 24) della Pamir Airways è precipitato nel passo di Salang (3.800 metri di altitudine tra le montagne di Hindu Kush) mentre era in volo da Kunduz, nel nord dell'Afghanistan, a Kabul: a bordo c'erano 38 passeggeri, tra i quali sei stranieri (nessun italiano), più cinque membri dell'equipaggio.

 

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