DALL'ITALIA11:16 - 19 maggio 2010

«E Fabio mi diceva: prendi la vita con calma»

Giovanni Audiffredi ricorda il fotografo morto in Thailandia

di Giovanni Audiffredi
<p>«E Fabio mi diceva: prendi la vita con calma»</p>
PHOTO CORBIS IMAGES

Ho giocato a fare la guerra con Fabio Polenghi. E ci siamo sparati addosso palline di vernice. Era il settembre del 2007, eravamo in Honduras e avevamo finito di fare un servizio tra gli indigeni garifugna, nelle isole Cochinos, arcipelago dell'Honduras, da dove andava in onda l'Isola dei Famosi.

Sudavamo dietro le nostre maschere di protezione, avevamo le tute mimetiche, i mitragliatori ad aria compressa, giocavamo a paintball nella giungla. Si vedeva che di armi e spari ne capivamo poco. Alla fine davanti a una birra ridevamo di noi stessi: «Solo due fessi annoiati come noi potevano fare i guerriglieri con questo caldo».

Mi era venuto in mente che un paio d'anni prima Fabio mi aveva raccontato che sua sorella viveva nell'isola di Roatan. E che anche sua madre aveva preso casa lì. Dai Navigli di Milano lei si trasferiva sei mesi l'anno sulla spiaggia tropicale senza rinunciare a sfornare lasagne. Allora lo chiamai e gli proposi di partire per Vanity: «Andiamo a vedere cosa combina la Ventura da quelle parti. Magari viene fuori qualcosa di divertente». Andò bene. Mi fece dormire in un'isoletta sperduta con i Garifugna che ci sistemarono in un capanno tra le tarantole. Lui rideva e diceva che erano innocue.
Ci divertimmo, perché Fabio era bravo, aveva un bell'occhio fotografico.

Fabio era un ragazzo generoso. Nel suo lavoro e nella vita. Era un fotografo d'assalto, che poi si prendeva i tempi giusti per approfondire le cose. Gli piaceva capire. Non era un improvvisato, ma un serio professionista che non badava alla forma e amava la sostanza. Aveva lavorato nella moda, a Parigi, a Marie Claire, per molti anni. Era inquieto e si era stufato dei lustrini. Voleva girare di più il mondo. Parlava spesso della Thailandia: «Perché lì giri con una maglietta e le infradito. E chissenefrega»

Faceva il free lance, si aggirava con l'aria stralunata. Era uno di quei fotografi che vogliono spiegarti il loro mestiere, la loro idea. E spesso nelle redazioni dei giornali manca il tempo per ascoltare. Lui invece se la prendeva calma la vita. Così, quella sera che avevamo giocato a fare la guerra, rimanemmo a piedi, al buio, sulle colline di Roatan. Si era dimenticato di mettere la benzina nella jeep: «Che fai? T'incazzi? Sorridi conosco uno a circa 7 chilometri. Se ha una tanica, magari ci aiuta. Audi sorridi e cammina, sei il solito pigrone».

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