DALL'ITALIA17:46 - 08 luglio 2010

Ichino: «L'Italia fatta in casa vale molto, ma è tutta sulle spalle delle donne»

L'economista italiano spiega la cosidetta «economia ufficiosa», quella portata avanti dalle donne tra le pareti di casa. È la tesi portante dell''Italia fatta in casa, che misura quanto vale la produzione familiare di beni e servizi.

di Greta Privitera
<p>Ichino: «L'Italia fatta in casa vale molto, ma è tutta sulle
spalle delle donne»</p>
PHOTO CORBIS IMAGES

«Sono le donne il vero motore dell'economia non registrata dalle statistiche ufficiali, e oltre tutto, in un Paese come l'Italia che vanta una "produzione familiare" tra le più alte del mondo occidentale». È la tesi portante dell''Italia fatta in casa, scritto a quattro mani da Andrea Ichino, professore dell'Università di Bologna, e Alberto Alesina, professore dell'Università di Harvard. (Mondadori, Pag. 168, 17 euro).

Professore, perché questa ricerca?
«Sono partito da una curiosità generale: volevo misurare quanto vale in Italia la produzione familiare di beni e servizi. La mia impressione era che le famiglie italiane producano fuori dal mercato una quantità enorme di beni e servizi che contribuiscono a migliorare il nostro benessere ma non vengono registrati dalle statistiche. È così che abbiamo scoperto che questa "produzione casalinga" in Italia vale più della produzione di mercato».

Ovvero?
«Ovvero il Prodotto interno lordo ufficiale è la metà di quello effettivo se consideriamo insieme la produzione di mercato (quella conteggiata nel Pil) e quella familiare (che, volendo, supera pure l'altra)».

Bisogna rallegrarsene?
«No, il fatto che "l'economia domestica" sia così forte, ovvero che le donne lavorino così tanto, è un elemento negativo. Anzi, direi che è una delle cause della sua incapacità di crescere. Una cosa è certa: questa economia familiare si regge principalmente sulle spalle delle donne, che in Italia lavorano 80 minuti al giorno in più di un uomo se sommiamo il loro lavoro in casa a quello retribuito».

E questo, a parte i problemi nella vita delle donne, che cosa comporta a livello economico?
«Finché i compiti familiari non verranno distribuiti in modo più equilibrato tra i sessi, le donne non potranno esprimere nelle imprese la stessa energia degli uomini. E continueranno, quindi, a essere soprattutto il motore dell'economia familiare e non dell'economia "ufficiale"».

Di chi è la colpa?
«Il problema non nasce nelle imprese, ma nelle famiglie. I comitati per le pari opportunità dovremmo farli in casa non al lavoro. Senza continueremmo a vedere poche donne che lavorano, soprattutto a livelli alti delle gerarchie aziendali, e resteranno comunque mal pagate, a parità di altre condizioni».

Come si cambiano le cose?
«Dobbiamo insegnare agli uomini il bilinguismo di genere. Se esiste un grande  contributo potenziale che le donne possono dare all'economia di mercato e che non viene sfruttato, c'è anche un grande contributo che gli uomini possono e devono dare in casa e che oggi va perso. Attenzione: questo non vuol dire auspicare che donne e uomini diventino perfetti sostituti gli uni delle altre. Vuol dire auspicare una similitudine nei tempi dedicati da donne e uomini al lavoro in casa e nel mercato, che ognuno però svolgerà al meglio sfruttando le sue specificità, le sue diversità».

Intano almeno più asili e part-time possono aiutare.
«Non è detto. Non serve molto agire dal lato dei servizi pubblici alle famiglie o della flessibilità del lavoro declinata solo al femminile (per esempio, appunto, il part-time e il telelavoro pensato per le donne). Questo significa darsi per vinti prima di iniziare la battaglia: vuol dire dare per scontato che siano le donne a doversi occupare dei figli e della famiglia. È come dare l'aspirina per curare i sintomi, senza capire le origini profonde della malattia. Possiamo anche costruire un asilo a ogni angolo di strada, ma non vedremo grandi risultati se sarà sempre la madre a "staccare" comunque alle 16, qualsiasi cosa succeda in ufficio, per riportare a casa i figli. Oppure se sarà sempre lei a farsi carico di trovare una soluzione quando i figli perché ammalati».

Non le piacciono nemmeno le quote rosa?
«
Qualsiasi intervento coercitivo sulle quantità, come le quote rosa o i permessi parentali obbligatori, è ostico da accettare per gli economisti che preferiscono intervenire modificando gli incentivi, con le leve fiscali, in modo che poi gli individui si comportino nel modo desiderato. Proprio da questa intuizione deriva la proposta di tassare le donne meno degli uomini che con Alberto Alesina abbiamo sostenuto e per la quale esistono attualmente due progetti di legge in Parlamento. Ma prima di fare qualsiasi intervento dobbiamo capire se le donne (e gli uomini) vogliono davvero cambiare questa situazione».

Che cosa dovrebbero fare le donne?
«Innanzitutto bisogna capire che cosa le donne italiane veramente vogliono. Se da un lato ci sono sicuramente molte donne che in Italia non hanno le stesse possibilità di lavoro e di carriera degli uomini, proprio a causa dei carichi familiari, allo stesso tempo sembrano esserci molte donne che tutto sommato apprezzano il loro ruolo familiare e non vorrebbero rinunciarci per lavorare di più nel mercato. Esistono pochissimi studi che misurino con precisione la natura e l'intensità di queste preferenze. Finché non avremo capito bene che cosa le donne italiane veramente vogliono, non potremo concludere che la situazione  debba essere cambiata. Il nostro prossimo progetto di ricerca è finalizzato proprio a misurare queste preferenze».

Qual è secondo lei, se c'è, la maggiore colpa degli uomini ?
«Il nascondersi dietro l'alibi che debbano essere le imprese o lo Stato a favorire la conciliazione tra compiti di cura e lavoro delle donne. Sono gli uomini all'interno delle famiglie a dover garantire in primo luogo questa conciliazione mediante carichi distribuiti in modo più equilibrato, purché questo corrisponda alle preferenze e alle capacità di ciascuno. Solo dopo potremo chiedere allo stato o alle imprese di intervenire».

E quella delle donne?
«
Essere globalmente un po' ambivalenti e indecise su quello che veramente vogliono riguardo a famiglia e lavoro. Probabilmente donne diverse hanno preferenze diverse: non è sempre chiaro quali siano le preferenze prevalenti. Fino a che non capiremo questo non sapremo se e come intervenire».

E VOI COSA NE PENSATE?


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