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«Sono le donne il vero motore dell'economia non registrata dalle
statistiche ufficiali, e oltre tutto, in un Paese come l'Italia che
vanta una "produzione familiare" tra le più alte del mondo
occidentale». È la tesi portante dell''Italia fatta in
casa, scritto a quattro mani da Andrea Ichino, professore
dell'Università di Bologna, e Alberto Alesina, professore
dell'Università di Harvard. (Mondadori, Pag. 168, 17 euro).
Professore, perché questa ricerca?
«Sono partito da una curiosità generale: volevo misurare quanto
vale in Italia la produzione familiare di beni e servizi. La mia
impressione era che le famiglie italiane producano fuori dal
mercato una quantità enorme di beni e servizi che contribuiscono a
migliorare il nostro benessere ma non vengono registrati dalle
statistiche. È così che abbiamo scoperto che questa "produzione
casalinga" in Italia vale più della produzione di mercato».
Ovvero?
«Ovvero il Prodotto interno lordo ufficiale è la metà di
quello effettivo se consideriamo insieme la produzione di mercato
(quella conteggiata nel Pil) e quella familiare (che, volendo,
supera pure l'altra)».
Bisogna rallegrarsene?
«No, il fatto che "l'economia domestica" sia così forte, ovvero
che le donne lavorino così tanto, è un elemento negativo. Anzi,
direi che è una delle cause della sua incapacità di crescere. Una
cosa è certa: questa economia familiare si regge principalmente
sulle spalle delle donne, che in Italia lavorano 80 minuti al
giorno in più di un uomo se sommiamo il loro lavoro in casa a
quello retribuito».
E questo, a parte i problemi nella vita delle donne, che
cosa comporta a livello economico?
«Finché i compiti familiari non verranno distribuiti in modo più
equilibrato tra i sessi, le donne non potranno esprimere nelle
imprese la stessa energia degli uomini. E continueranno, quindi, a
essere soprattutto il motore dell'economia familiare e non
dell'economia "ufficiale"».
Di chi è la colpa?
«Il problema non nasce nelle imprese, ma nelle famiglie. I
comitati per le pari opportunità dovremmo farli in casa non al
lavoro. Senza continueremmo a vedere poche donne che lavorano,
soprattutto a livelli alti delle gerarchie aziendali, e resteranno
comunque mal pagate, a parità di altre condizioni».
Come si cambiano le cose?
«Dobbiamo insegnare agli uomini il bilinguismo di genere. Se
esiste un grande contributo potenziale che le donne possono
dare all'economia di mercato e che non viene sfruttato, c'è anche
un grande contributo che gli uomini possono e devono dare in casa e
che oggi va perso. Attenzione: questo non vuol dire auspicare che
donne e uomini diventino perfetti sostituti gli uni delle altre.
Vuol dire auspicare una similitudine nei tempi dedicati da donne e
uomini al lavoro in casa e nel mercato, che ognuno però svolgerà al
meglio sfruttando le sue specificità, le sue diversità».
Intano almeno più asili e part-time possono
aiutare.
«Non è detto. Non serve molto agire dal lato dei servizi pubblici
alle famiglie o della flessibilità del lavoro declinata solo al
femminile (per esempio, appunto, il part-time e il telelavoro
pensato per le donne). Questo significa darsi per vinti prima di
iniziare la battaglia: vuol dire dare per scontato che siano le
donne a doversi occupare dei figli e della famiglia. È come dare
l'aspirina per curare i sintomi, senza capire le origini profonde
della malattia. Possiamo anche costruire un asilo a ogni angolo di
strada, ma non vedremo grandi risultati se sarà sempre la madre a
"staccare" comunque alle 16, qualsiasi cosa succeda in ufficio, per
riportare a casa i figli. Oppure se sarà sempre lei a farsi carico
di trovare una soluzione quando i figli perché ammalati».
Non le piacciono nemmeno le quote rosa?
«Qualsiasi intervento coercitivo sulle quantità, come le
quote rosa o i permessi parentali obbligatori, è ostico da
accettare per gli economisti che preferiscono intervenire
modificando gli incentivi, con le leve fiscali, in modo che poi gli
individui si comportino nel modo desiderato. Proprio da questa
intuizione deriva la proposta di tassare le donne meno degli uomini
che con Alberto Alesina abbiamo sostenuto e per la quale esistono
attualmente due progetti di legge in Parlamento. Ma prima di fare
qualsiasi intervento dobbiamo capire se le donne (e gli uomini)
vogliono davvero cambiare questa situazione».
Che cosa dovrebbero fare le donne?
«Innanzitutto bisogna capire che cosa le donne italiane veramente
vogliono. Se da un lato ci sono sicuramente molte donne che in
Italia non hanno le stesse possibilità di lavoro e di carriera
degli uomini, proprio a causa dei carichi familiari, allo stesso
tempo sembrano esserci molte donne che tutto sommato apprezzano il
loro ruolo familiare e non vorrebbero rinunciarci per lavorare di
più nel mercato. Esistono pochissimi studi che misurino con
precisione la natura e l'intensità di queste preferenze. Finché non
avremo capito bene che cosa le donne italiane veramente vogliono,
non potremo concludere che la situazione debba essere
cambiata. Il nostro prossimo progetto di ricerca è finalizzato
proprio a misurare queste preferenze».
Qual è secondo lei, se c'è, la maggiore colpa degli
uomini ?
«Il nascondersi dietro l'alibi che debbano essere le imprese o lo
Stato a favorire la conciliazione tra compiti di cura e lavoro
delle donne. Sono gli uomini all'interno delle famiglie a dover
garantire in primo luogo questa conciliazione mediante carichi
distribuiti in modo più equilibrato, purché questo corrisponda alle
preferenze e alle capacità di ciascuno. Solo dopo potremo chiedere
allo stato o alle imprese di intervenire».
E quella delle donne?
«Essere globalmente un po' ambivalenti e indecise su
quello che veramente vogliono riguardo a famiglia e lavoro.
Probabilmente donne diverse hanno preferenze diverse: non è sempre
chiaro quali siano le preferenze prevalenti. Fino a che non
capiremo questo non sapremo se e come intervenire».
E VOI COSA NE PENSATE?